Teti.ai, l’alternativa italiana all’AI dei big player: memoria persistente, dati protetti e trasparenza open source
Un’intelligenza artificiale che ricorda, tutela i dati personali e punta a rafforzare le capacità umane anziché sostituirle: ne parliamo con il co-founder Marcello Violini
Marcello Violini
In un mercato dell’intelligenza artificiale sempre più dominato da big tech americane e cinesi, cresce lo spazio per modelli alternativi fondati su trasparenza, controllo dei dati e continuità dell’esperienza utente. È in questo scenario che nasce Teti.ai, progetto sviluppato tra Europa e Stati Uniti, da Marcello Violini e Lorenzo Nargiso, con un approccio human-centric che mette al centro memoria personale, privacy e integrazione con gli strumenti di lavoro quotidiani. Una piattaforma pensata per accompagnare utenti e professionisti nel lungo periodo, trasformando l’AI in un alleato operativo sempre più evoluto: ne parliamo con il co-founder Marcello Violini (ospite di DailyOnAir - The Sound Of Adv).
Siete nati in un momento in cui il mercato dell’intelligenza artificiale è dominato da grandi player globali. Quale spazio avete individuato per costruire un’alternativa europea e quale esigenza concreta volete risolvere prima di tutto?
«Siamo partiti da un’idea semplice, osservando quanto accaduto in altri settori tecnologici. Nel tempo sono nati motori di ricerca alternativi a Google che hanno puntato maggiormente sulla privacy degli utenti, così come servizi di posta elettronica più sicuri rispetto alle piattaforme tradizionali. Da questa riflessione è nata l’idea di sviluppare un’intelligenza artificiale che mettesse davvero al centro l’essere umano, non solo proteggendolo dagli aspetti più problematici dell’utilizzo dell’AI, ma tutelandolo anche sotto il profilo della privacy delle conversazioni. Per questo abbiamo scelto di eliminare completamente qualsiasi utilizzo delle conversazioni degli utenti per l’addestramento dei modelli. Riteniamo che esista uno spazio di mercato per tutte quelle persone che prestano particolare attenzione alla sicurezza e alla riservatezza dei propri dati e che si interrogano su quale sia il destino delle informazioni condivise con un assistente artificiale. Non è un mercato semplice, perché ci confrontiamo con competitor molto forti come ChatGPT, Gemini e altri grandi operatori internazionali. Tuttavia siamo ancora in una fase iniziale di sviluppo del settore e crediamo che ci sia spazio anche per un approccio come il nostro».
Tra gli elementi distintivi del vostro progetto emerge il concetto di memoria personale. Che cosa significa concretamente, per un utente, avere un assistente AI che apprende nel tempo abitudini, priorità e stile comunicativo?
«Abbiamo integrato una memoria a lungo termine che consente all’intelligenza artificiale di conoscere progressivamente l’utente attraverso le interazioni che avvengono nel tempo. In pratica il sistema ricorda il contesto dei progetti sui quali si è lavorato e riesce a mantenere traccia di dettagli rilevanti anche a distanza di molto tempo. Stiamo cercando di replicare, per quanto possibile, il funzionamento della memoria umana, pur sapendo che si tratta di una sfida estremamente complessa e che siamo ancora lontani dall’obiettivo finale. Crediamo però che la memoria rappresenti un elemento fondamentale nel rapporto tra essere umano e intelligenza artificiale e che possa semplificare in modo significativo l’utilizzo quotidiano di questi strumenti. Uno dei limiti principali degli attuali sistemi AI è infatti una memoria ancora frammentata, soprattutto nelle conversazioni molto estese, che rende difficile mantenere continuità e contesto. Il nostro lavoro punta proprio a superare questo limite».
A questo proposito, con il tema della privacy centrale, come riuscite a garantire questa tutela, considerato che il vostro sistema si basa proprio sul concetto di memoria personale? Inoltre il servizio si integra con Gmail, Google Calendar, Drive, Slack e altri strumenti che contengono dati spesso molto sensibili. Come si concilia tutto questo con la tutela della privacy?
«Occorre partire da una premessa: l’accesso a questo tipo di informazioni è una pratica diffusa nell’intero settore dell’intelligenza artificiale. La differenza principale rispetto ai grandi player è che garantiamo che nessuna conversazione venga mai utilizzata per addestrare i nostri modelli. Per noi è una scelta fondamentale. Quando abbiamo iniziato questa avventura ci infastidiva l’idea che riflessioni personali, ragionamenti complessi o informazioni sensibili potessero diventare materiale utile per addestrare sistemi destinati ad altri utenti. Per questo abbiamo adottato una posizione molto chiara: nessuna conversazione viene utilizzata per il training. Un altro aspetto importante riguarda la pubblicità. L’intelligenza artificiale viene spesso utilizzata per chiedere consigli su acquisti, decisioni o scelte personali. Sapere che dietro a quei suggerimenti non esiste alcun meccanismo pubblicitario o di profilazione rappresenta una garanzia importante. Non utilizziamo cookie pubblicitari, non impieghiamo pixel di tracciamento e non analizziamo i comportamenti degli utenti per ottenere vantaggi economici. I dati vengono utilizzati esclusivamente per migliorare l’esperienza dell’utente e l’efficacia dell’assistente. Inoltre tutte le informazioni conservate nei database sono cifrate. A questo si aggiunge il lavoro che stiamo svolgendo per la creazione di un comitato etico incaricato di vigilare sul rispetto della nostra carta dei principi, pubblicamente disponibile e consultabile da chiunque. Il comitato avrà il compito di verificare che le nostre attività siano coerenti con gli impegni assunti e disporrà anche di un potere di veto sulle eventuali modifiche della carta stessa. Questo significa che i fondatori o il team non potranno modificarla autonomamente. Stiamo lavorando alla sua costituzione e contiamo di completarla entro ottobre».
Ma chi farà parte di questo comitato etico?
«Tutti possono presentare una candidatura. Naturalmente è necessario possedere competenze ed esperienza nei settori individuati, tra cui le neuroscienze e altre discipline che abbiamo definito pubblicamente. Non escludiamo nessuno a priori. La selezione iniziale viene effettuata da noi, mentre tutte le successive saranno affidate esclusivamente al comitato etico stesso. L’obiettivo è garantire la sua indipendenza e costruire un organismo realmente autonomo, capace di verificare che i principi dichiarati vengano rispettati nella pratica. Ci tengo a sottolinearlo perché per noi è un aspetto fondamentale. Per quanto ci risulta, siamo i primi ad aver creato una carta che può essere modificata soltanto con l’approvazione di un comitato etico. In passato è accaduto che grandi aziende tecnologiche modificassero i propri principi eliminando clausole considerate scomode, come quelle che vietavano l’utilizzo delle tecnologie per scopi militari. Noi abbiamo scelto di vincolarci volontariamente proprio a tutela degli utenti».
Questa impostazione ha a che fare anche con la scelta di lavorare con tecnologie open source?
«Assolutamente sì. È un tema molto importante e ancora poco discusso al di fuori degli ambienti di ricerca. Quando parliamo di modelli chiusi ci riferiamo a sistemi come ChatGPT, Gemini e altri modelli proprietari. Il problema è che il loro funzionamento non è realmente osservabile dall’esterno. Esistono studi e riflessioni che evidenziano come perfino chi sviluppa questi sistemi comprenda soltanto una parte limitata dei meccanismi che ne determinano il comportamento. Si tratta di modelli costruiti su quantità enormi di dati e parametri. Affidare una simile potenza a poche aziende attraverso tecnologie non verificabili da soggetti indipendenti rappresenta, secondo noi, un rischio che merita attenzione. Per questa ragione riteniamo che le organizzazioni più consapevoli, indipendentemente dalle dimensioni, dovrebbero privilegiare modelli open source e quindi verificabili. Un’azienda dotata delle competenze necessarie può analizzare e controllare il funzionamento di un modello aperto, cosa impossibile con una tecnologia completamente proprietaria. La nostra scelta va in questa direzione. Non utilizziamo modelli chiusi, ma abbiamo sviluppato una tecnologia che consente di far convergere più modelli open source all’interno di un unico sistema. Attualmente utilizziamo la famiglia T, con il modello N1 e il più recente N2. Stiamo cercando di sensibilizzare aziende e utenti su questi temi insieme a molti altri soggetti che condividono le stesse preoccupazioni. È un argomento complesso e molto più ampio di quanto sia possibile approfondire in pochi minuti».
Come immaginate l’evoluzione degli assistenti intelligenti? Esiste il rischio che questi timori vengano ignorati e che il mercato si orienti verso sistemi sempre più chiusi? E voi, in prospettiva, cosa ambite a diventare: uno strumento operativo, un supporto cognitivo o qualcosa di più ampio?
«Probabilmente assisteremo a una fase di ridimensionamento delle aspettative. È possibile che l’impatto dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro produca conseguenze significative e che, dopo l’entusiasmo iniziale, arrivi una fase più critica. La storia dell’innovazione mostra spesso questa dinamica. In quel contesto sarà fondamentale il ruolo delle istituzioni e delle decisioni politiche. Noi riteniamo che l’intelligenza artificiale non debba sostituire l’essere umano, ma amplificarne le capacità. La differenza è sostanziale. Utilizzare questi strumenti per svolgere attività che si comprendono e si padroneggiano è una cosa; delegare completamente conoscenze, opinioni e decisioni è qualcosa di molto diverso. Quando si arriva a una delega totale, il rischio è quello di indebolire progressivamente le capacità cognitive delle persone e, di riflesso, quelle delle organizzazioni. Nel caso delle aziende esiste inoltre un ulteriore problema: affidare a soggetti esterni grandi quantità di informazioni operative, processi interni e modelli organizzativi significa condividere dati che rappresentano spesso il vero patrimonio competitivo dell’impresa. Per questo stiamo lavorando in modo molto trasparente. Da alcuni mesi abbiamo rilasciato una tecnologia open source, disponibile gratuitamente, progettata per preservare e rafforzare le capacità cognitive dell’utente. Abbiamo scelto di renderla pubblica anche come stimolo per l’intero settore e per verificare se anche i grandi player avranno interesse a integrarla nei propri sistemi. All’interno di Teti questa tecnologia è già operativa. Il sistema monitora il livello di delega all’intelligenza artificiale attraverso diversi parametri e cerca di prevenire forme di dipendenza cognitiva. L’obiettivo è aiutare l’utente a mantenere un ruolo attivo nel processo decisionale e, nel tempo, a sviluppare ulteriormente le proprie capacità. Il sistema assegna un punteggio da 0 a 10: più ci si avvicina al valore massimo, più l’utilizzo dell’intelligenza artificiale viene considerato equilibrato e orientato alla crescita delle competenze personali. Crediamo che il futuro non debba necessariamente coincidere con la ricerca di una AGI, l’intelligenza artificiale generale di cui parlano spesso i grandi player. La direzione che riteniamo più interessante è quella di un’intelligenza artificiale simbiotica, capace di collaborare con l’utente rispettandone capacità, autonomia decisionale e obiettivi. È inevitabile che questi strumenti diventino sempre più integrati nella vita quotidiana. Probabilmente oggi non ne percepiamo ancora la portata. L’intelligenza artificiale sarà presente in un numero crescente di dispositivi, ben oltre lo smartphone. Vedremo soluzioni indossabili sempre più avanzate degli attuali smart glasses e nuove forme di interazione che oggi possiamo soltanto immaginare».