Autore: Davide Sechi
05/11/2026

RestartHer Day, ripensare il lavoro femminile oltre gli stereotipi

Il 6 novembre a Milano RestartHer Academia riunirà imprenditrici e libere professioniste per parlare di autonomia, reinvenzione professionale, networking e leadership, presentando anche la ricerca RestartHer 2026. Ne parliamo con Alessandra Lomonaco, founder della community

RestartHer Day, ripensare  il lavoro femminile oltre gli stereotipi

Alessandra Lomonaco

Il lavoro autonomo femminile non è più soltanto una scelta professionale, ma sempre più spesso una risposta alla necessità di costruire percorsi capaci di adattarsi alle trasformazioni del mercato e alle diverse fasi della vita. Dietro la crescita delle libere professioniste e delle imprese guidate da donne restano però ostacoli concreti: accesso alle opportunità, riconoscimento delle competenze, equilibrio tra lavoro e vita privata, capacità di fare rete e di valorizzare il proprio percorso. Da qui nasce RestartHer Academia, community fondata da Alessandra Lomonaco per offrire formazione, confronto e strumenti pratici a imprenditrici, libere professioniste e aspiranti tali. Il primo RestartHer Day, in programma venerdì 6 novembre a Milano, proverà a trasformare temi spesso affrontati separatamente in un confronto unico, tra testimonianze, dati e attività operative. Ne parliamo con Alessandra Lomonaco, founder della community e ospite di DailyOnAir - The Sound Of Adv.

Come nasce RestartHer Academia e quali esigenze hanno dato origine al progetto?
«RestartHer Academia nasce dall’osservazione di un fenomeno sempre più evidente: molte donne, dopo una lunga esperienza aziendale, anche di dieci o vent’anni, scelgono di costruire un percorso professionale autonomo. È una decisione che conosco bene, perché dopo vent’anni trascorsi in azienda ho intrapreso anch’io un percorso imprenditoriale. Una scelta ricca di opportunità, ma che comporta anche nuove responsabilità. Lavorare in proprio, anche come libera professionista e senza necessariamente fondare una società, significa diventare imprenditrici a tutti gli effetti. Occorre imparare a posizionarsi sul mercato, sviluppare relazioni, valorizzare economicamente le proprie competenze e trovare clienti. Sono aspetti che nel lavoro dipendente hanno un peso diverso, perché esistono un’organizzazione, uno stipendio e un flusso di attività già definito. Cambia soprattutto il mindset. Con RestartHer Academia abbiamo voluto creare una community nella quale le professioniste possano confrontarsi, acquisire strumenti nuovi e costruire opportunità concrete di crescita».

Quali sono gli ostacoli principali che frenano la crescita delle donne che scelgono di lavorare in proprio?
«Uno dei problemi più rilevanti, soprattutto all’inizio, consiste nel trasformare competenze ed esperienze maturate magari in contesti aziendali strutturati in un’attività autonoma economicamente sostenibile. Molte donne arrivano alla libera professione con un patrimonio professionale importante, ma senza una preparazione specifica su cosa significhi avviare e gestire un’attività. La valorizzazione economica del proprio lavoro è un passaggio delicato: bisogna imparare a stabilire il prezzo delle proprie prestazioni, acquisire clienti e verificare la solidità del progetto. I clienti, infatti, permettono di crescere, sviluppare un’idea e misurarne la reale efficacia sul mercato. A tutto questo si aggiunge un elemento che non possiamo trascurare: il lavoro di cura. Le responsabilità familiari e il caregiving continuano a ricadere in misura significativa sulle donne, condizionandone tempi, energie e possibilità di sviluppo. È un aspetto che emerge anche dalla nostra indagine, i cui risultati presenteremo durante il RestartHer Day».

Quali indicazioni emergono dalla ricerca? È possibile anticipare qualche dato?
«Presenteremo l’indagine completa venerdì mattina. Abbiamo approfondito diverse aree, a partire dal profilo demografico delle partecipanti. Un dato significativo riguarda l’età: quasi una donna su due tra quelle che hanno risposto al sondaggio ha più di 50 anni. Parliamo quindi di professioniste che scelgono, o stanno scegliendo, una nuova direzione in una fase matura della propria vita. Un altro risultato interessante riguarda le relazioni: il 73% delle intervistate le considera una competenza chiave per sviluppare il proprio business. Anche il rapporto con la tecnologia è significativo: nove donne su dieci vedono nell’intelligenza artificiale un’opportunità e una quota consistente la utilizza quotidianamente. Sono indicazioni importanti, alle quali si aggiungono dati sulla sfera del benessere e sulla sostenibilità del lavoro autonomo. Temi che approfondiremo durante l’evento e nelle successive attività della community».

La libera professione sembra diventare una risposta sempre più concreta alle difficoltà di evoluzione all’interno delle aziende. Perché tante donne, soprattutto dopo i 40 anni, scelgono di cambiare strada?
«Il mercato del lavoro tradizionale sta attraversando una trasformazione profonda, che riguarda uomini e donne. Per queste ultime, tuttavia, persistono alcune rigidità aggiuntive. All’interno delle organizzazioni è ancora più difficile raggiungere i vertici aziendali e ottenere un riconoscimento pieno delle proprie capacità. Oggi le donne hanno una consapevolezza maggiore rispetto al passato e, a un certo punto della carriera, possono non essere più disposte ad accettare situazioni che non rispecchiano le proprie aspettative, i propri valori e la propria visione professionale. Non è una scelta universale, naturalmente, ma nella nostra community incontriamo molte professioniste over 40 e over 50 che avvertono l’esigenza di ripensare il proprio futuro. L’esperienza accumulata, le competenze e una maggiore consapevolezza personale possono entrare in conflitto con ambienti lavorativi troppo gerarchici o poco capaci di offrire prospettive di crescita. Nelle PMI italiane, per esempio, non sempre esistono le condizioni per valorizzare queste aspirazioni. A quel punto la libera professione diventa una possibilità di autoaffermazione: significa assumere il controllo delle proprie decisioni, costruire un’identità professionale autonoma e ritrovare un senso in quello che si fa. Non si tratta soltanto di uscire da un contesto che non soddisfa più, ma anche di scegliere attivamente quale direzione dare alla propria vita lavorativa».

Quali condizioni servono per affrontare un cambiamento professionale dopo i 40 anni e trasformarlo in un progetto concreto?
«Il primo passaggio è acquisire consapevolezza delle proprie competenze e capire come valorizzarle in una nuova attività. Non è sempre semplice guardare al proprio percorso con sufficiente distacco, ma occorre partire proprio da lì. Subito dopo serve una strategia di business. L’entusiasmo iniziale non basta: bisogna conoscere il mercato, individuare i potenziali clienti, comprenderne i bisogni e definire con precisione il servizio o la consulenza che si intende offrire. Un altro elemento imprescindibile è il networking. Costruire una rete di relazioni permette di confrontarsi, acquisire fiducia, raccogliere informazioni e, soprattutto, entrare in contatto con possibili clienti e partner. Partecipare a eventi e workshop, fare domande, essere presenti negli ambienti professionali e utilizzare piattaforme come LinkedIn sono attività che possono trasformare una relazione digitale in un’opportunità concreta. Serve poi una struttura organizzativa: un metodo, un progetto e un’infrastruttura capaci di sostenere l’attività nel tempo. Anche il processo di vendita è fondamentale, perché consente di verificare le proprie ipotesi, raccogliere risposte dal mercato e correggere la direzione quando necessario. La consapevolezza delle proprie capacità, una strategia, la conoscenza del mercato e una rete di relazioni sono quindi i pilastri da cui partire».

La consapevolezza del proprio valore è ancora un traguardo difficile da raggiungere? Le donne hanno finalmente cominciato a credere nella propria leadership?
«Sicuramente qualcosa sta cambiando e oggi esiste una maggiore consapevolezza. Nei momenti iniziali di un percorso autonomo, tuttavia, i dubbi sono inevitabili. La cosiddetta sindrome dell’impostore non riguarda necessariamente il mondo femminile: quando si affronta un cambiamento professionale importante, è naturale cercare conferme e chiedersi se si stia procedendo nella direzione giusta. Le risposte, però, non arrivano soltanto da una riflessione individuale: nascono anche dal confronto con gli altri, dai feedback dei clienti e dalle relazioni professionali. Chi lavora in proprio deve sviluppare una mentalità imprenditoriale flessibile, capace di adattarsi continuamente. Mi piace pensare a una sorta di versione beta permanente: le idee iniziali vengono messe alla prova, arrivano nuove informazioni e bisogna essere pronti a rivedere le proprie convinzioni. L’ascolto e la capacità di adattamento diventano quindi competenze decisive. Mettersi in proprio è anche un viaggio personale, perché costringe a rimettersi in discussione e a conoscere meglio le proprie capacità. È un percorso stimolante proprio perché sfidante: senza uscire dalla comfort zone, difficilmente si riesce a crescere».

Dopo il RestartHer Day quali saranno i prossimi appuntamenti e le prospettive della community?
«Il nostro calendario è in costante aggiornamento e continueremo a organizzare eventi dal vivo, interviste e incontri con le protagoniste della community, occasioni per condividere esperienze e sviluppare nuove relazioni. Il RestartHer Day rappresenta però un vero punto di partenza. Abbiamo raccolto molti dati e durante la giornata avremo la possibilità di ascoltare direttamente le persone presenti. Siamo particolarmente soddisfatti perché l’evento ha registrato il tutto esaurito, un risultato importante per il lancio di questa iniziativa. Dai confronti potranno nascere nuovi progetti e nuove collaborazioni. La nostra ambizione è rendere la community sempre più partecipativa: non vogliamo persone che si limitino a usufruire dei contenuti, ma professioniste che contribuiscano attivamente alla sua evoluzione. Ognuna può proporre workshop formativi, tavole rotonde, incontri e progetti da sviluppare insieme. Il mio ruolo è soprattutto quello di coordinare e facilitare queste iniziative, lasciando spazio alle idee e alle competenze delle partecipanti. La forza di una rete professionale sta proprio nella capacità dei suoi membri di alimentarla e renderla viva».

I risultati dell’indagine saranno consultabili anche da chi non parteciperà all’evento?
«Assolutamente sì. Abbiamo ricevuto molte richieste di informazioni e interesse per i risultati della ricerca. I dati saranno pubblicati online già da venerdì, così da renderli accessibili a tutte le persone interessate».