Innovazione, etica e futuro: Riccardo Luna racconta le grandi sfide dell’oggi e di domani
Giornalista, narratore delle trasformazioni digitali e voce critica dell’intelligenza artificiale, Luna riflette su come tecnologia, valori e opportunità debbano convergere per un futuro migliore e sostenibile
Riccardo Luna
In un’epoca in cui la tecnologia e il cambiamento radicale contagiano ogni aspetto della nostra vita, dal lavoro alla salute, dalla mobilità alla comunicazione, poche voci in Italia hanno saputo raccontare con profondità e passione questo continuo divenire come quella di Riccardo Luna (ospite di DailyOnAir - The Sound Of Adv). Giornalista tra i più autorevoli sulla scena nazionale per temi legati all’innovazione e alla tecnologia, Luna ha costruito la sua carriera portando lo sguardo oltre il quotidiano, cercando di interpretare, e talvolta anticipare, le trasformazioni che ridefiniscono il nostro presente e futuro. La sua passione per queste tematiche emerge già negli anni Novanta, prima nella lunga esperienza come caporedattore a La Repubblica e poi, nel 2009, nel ruolo che lo ha reso celebre anche oltre i confini nazionali: il primo direttore dell’edizione italiana di Wired, la rivista simbolo della rivoluzione digitale e della Silicon Valley. Attraverso questa testata Luna ha promosso iniziative visionarie come la candidatura di Internet al Nobel per la Pace, mettendo in luce l’immenso potenziale della rete come strumento di progresso sociale e culturale. Successivamente la sua carriera si è intrecciata con il mondo delle startup, dell’open government e della cultura digitale: ha fondato testate online come CheFuturo! e StartupItalia!, è stato nominato Digital Champion dell’Italia, con l’obiettivo di promuovere l’agenda digitale nel Paese, e ha ricoperto incarichi di rilievo in iniziative pubbliche e private dedicate alla tecnologia e alla sostenibilità. Oggi, con il podcast ‘Fly Me to the Moon - Futuri in arrivo’ (presente sulle principali piattaforme di streaming audio, tra cui Spotify, Spreaker e radio.it, oltre che su YouTube, dove sono disponibili contenuti audio e video dedicati. Il podcast è inoltre fruibile sulle principali app di podcasting, come Apple Podcasts e Podcast Republic, e sul sito ufficiale del progetto, realizzato con il supporto di Mundys), Luna esplora i grandi nodi dell’innovazione, dall’intelligenza artificiale all’etica dei dati, dalle sfide geopolitiche alla centralità delle persone, attraverso conversazioni profonde con esperti e protagonisti del cambiamento.
Da quanto tempo si occupa di innovazione e quali erano, all’epoca, i fenomeni o i cambiamenti considerati innovativi?
«Fin da quando ero ragazzo, forse anche da bambino, mi ha sempre affascinato la possibilità di migliorare le cose, di migliorare il mondo, di trovare un equilibrio migliore. Mi sono sempre piaciute le storie di chi ci è riuscito. Poi, a un certo punto, questa passione è diventata più sistematica anche come lavoro, soprattutto nel 2009, quando sono stato chiamato a dirigere la prima edizione italiana di Wired. In quel momento Wired era un po’ la Bibbia della Silicon Valley. Facebook era appena arrivato nelle nostre vite ed era un periodo entusiasmante per occuparsi di tecnologia digitale, con promesse molto affascinanti. C’era l’idea che il mondo potesse davvero diventare migliore, che per la prima volta avessimo tra le mani uno strumento capace di abbattere muri e costruire ponti. È stato un periodo formidabile. Col tempo, però, molte promesse non sono state mantenute. Per diversi motivi: la realtà è complessa e qualcosa è andato storto. Resta però la passione per l’innovazione intesa come possibilità di migliorare le cose. Se possono andare meglio, dobbiamo impegnarci perché succeda»
Oggi, allora, quali sono i fenomeni o le innovazioni che possono davvero cambiare le cose in meglio? E c’è qualcosa che magari non ha a che fare con il digitale?
«La grande rivoluzione in cui siamo immersi, e che probabilmente è solo all’inizio, è l’intelligenza artificiale. Non è una tecnologia nata adesso, ma ha avuto una fortissima accelerazione tre o quattro anni fa, con l’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa e di strumenti come ChatGPT. Ha un impatto enorme sulle nostre vite, ma soprattutto sulla scienza. Il Premio Nobel per la Chimica di due anni fa è stato assegnato a un ricercatore di Google per un sistema di intelligenza artificiale che consente di individuare molto più rapidamente i farmaci per malattie che oggi vengono definite non ancora curabili. È un risultato straordinario. L’intelligenza artificiale viene paragonata all’invenzione dell’elettricità o alla scoperta del fuoco: qualcosa che cambierà radicalmente il nostro modo di vivere. Offre grandi opportunità, ma anche grandi rischi. C’è chi teme che possa andare fuori controllo, che possano nascere intelligenze artificiali più intelligenti di noi. A quel punto, perché dovrebbero obbedirci? Perché dovrebbero fare quello che diciamo? Siamo all’inizio di una rivoluzione affascinante e promettente, ma anche spaventosa, come spesso accade quando si parla di futuro. È una rivoluzione che ha una dimensione globale molto forte e che riguarda anche la geopolitica, con la competizione tra Stati Uniti e Cina, una competizione scientifica, tecnologica e anche militare. Quello che preoccupa, in questa fase, è il ruolo dell’Europa. Un continente con una storia, valori, talenti e ricchezze che oggi, in questa partita, è poco più di un comprimario. È un peccato. Non esiste una vera sovranità tecnologica europea: va costruita e va costruita anche in fretta, soprattutto se lo storico alleato americano non appare più così rassicurante».
Nel suo podcast ‘Fly Me to the Moon’, registrato all’Innovation Hub di Aeroporti di Roma, affronta questi temi anche attraverso la voce di padre Paolo Benanti e il concetto di algoretica. È una scelta molto interessante…
«Sì, è una scelta precisa. Il podcast nasce come un percorso. Ci sono tante persone che parlano di intelligenza artificiale da prospettive diverse: c’è chi lavora sulla guida autonoma, chi sulle piattaforme di traduzione, chi su applicazioni industriali. Gli aspetti sono moltissimi. Paolo Benanti è una figura fondamentale perché ha contribuito a portare lo sguardo dell’etica dentro il dibattito sull’intelligenza artificiale. Lui sostiene che una tecnologia senza etica, senza principi e senza valori incorporati, possa diventare molto pericolosa. L’algoretica parte proprio da qui: progettare algoritmi che nascano già con valori e ideali, che mettano al centro la persona. Probabilmente il lavoro che si sta facendo su questo fronte comincia a dare dei frutti, anche se la strada è ancora lunga».
Come avete scelto le persone da coinvolgere in questo progetto?
«È stato un percorso costruito insieme. L’idea non era parlare con persone necessariamente super note o sempre presenti sui giornali, ma con chi si trova davvero su quella faglia in cui le cose cambiano. Persone che magari sono fuori dai riflettori, ma il cui lavoro e il cui sguardo possono incidere davvero. Ci interessano figure che provano a cambiare il mondo in meglio, e questo non è affatto scontato. Non tutte le innovazioni fanno bene: lo abbiamo capito negli ultimi anni. Esistono anche algoritmi tossici, capaci di rendere il mondo più polarizzato o di creare danni alla salute mentale, soprattutto dei ragazzi. Le persone che abbiamo scelto mettono invece al centro il miglioramento concreto della vita delle persone».
Media e comunicazione: secondo lei, in questi ambiti, quale sarà il fenomeno che farà la differenza nei prossimi mesi?
«È facile rispondere ancora una volta: l’intelligenza artificiale. Avrà un impatto enorme sui media, perché oggi è in grado di riprodurre voci, corpi, scrivere testi, creare contenuti. Ma credo che il fattore umano resterà fondamentale. Vogliamo persone vere. L’intelligenza artificiale deve essere un grande abilitatore: può aiutarci a fare meglio ricerca, creazione di contenuti, analisi. Usata bene, renderà migliore il lavoro degli esseri umani nella comunicazione. È importante collaborare con l’intelligenza artificiale, non farsi sostituire da essa».