Autore: Redazione
19/09/2016

I fari dell’Ue sull’ecommerce, tra trend di crescita e pratiche scorrette

Un rapporto preliminare di Bruxelles tenta di descrivere un fenomeno in ascesa ma caratterizzato da alcuni comportamenti che minano la libera concorrenza e la scelta autonoma del consumatore

I fari dell’Ue sull’ecommerce, tra trend di crescita e pratiche scorrette

Luci e ombre per il commercio elettronico europeo. A fotografare lo stato attuale del comparto è stata l’Unione europea, che settimana scorsa ha rilasciato un rapporto preliminare sul tema, voluto un anno e mezzo fa dal commissario Margrethe Vestager, con l’obiettivo di fare un po’ di chiarezza su un settore le cui pratiche sono spesso frutto di accordi tra produttore e commerciante. E che talvolta sfociano in comportamenti a cui Bruxelles vuole porre un taglio. Per il primo trimestre dell’anno è attesa la versione finale dell’investigazione che fino a oggi ha preso in esame ben 1.800 aziende, tra cui marketplace online, servizi di streaming, e produttori di beni online, per un totale di 8.000 contratti di distribuzione. “L’ecommerce è diventato importante per i consumatori e ha ormai un impatto significativo sul business e le strategie delle aziende. Queste devono avere la libertà di determinare la propria strategia di vendita online - ha detto Vestager -. Allo stesso tempo, le autorità antitrust devono assicurare che non si aprano a pratiche anticompetitive. Queste pratiche possono impedire ai consumatori europei di trarre tutti i vantaggi di ecommerce in termini di maggiore scelta e prezzi più bassi”.  

I benefici dell’ecommerce

  Stando allo studio pubblicato settimana scorsa, infatti, oltre metà degli adulti europei nel 2015 hanno ordinato beni e servizi, con punte dell’80% in alcuni Paesi. Non solo, l’ecommerce è anche un importante driver nella trasparenza dei prezzi e nella competizione degli stessi, in grado di aumentare scelta dei consumatori e la possibilità di trovare gli affari migliori. Una trasparenza che si riflette anche lato offerta: oltre la metà dei retailer monitora la concorrenza e adatta i prezzi in base alle loro azioni.
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I pericoli per un mercato libero

  Il rapporto punta però il dito verso diverse pratiche scorrette che minano la libera concorrenza e una scelta consapevole dei consumatori. In una nota l’Unione segnala diverse pratiche scorrette, invitando le aziende ad allinearsi se non vogliono incappare in sanzioni. Per esempio, i produttori hanno intrapreso delle azioni volte a controllare la distribuzione dei prodotti e il posizionamento dei propri brand. Il sistema della distribuzione selettiva in cui i prodotti possono essere commercializzati solo da rivenditori autorizzati preselezionati sta conoscendo un notevole aumento. E gli stessi produttori stanno usando una serie di restrizioni contrattuali.  

Ecco alcune delle evidenze emerse:

  • Più di 2/5 dei retailer online ha subito pressioni in tema di raccomandazioni o restrizioni di prezzi;
  • Almeno 1 retailer su 5 non può rivendere prodotti su determinati marketplace, in base ad accordi contrattuali;
  • A oltre 1 retailer su 10 è vietato inviare offerte a siti di comparazione prezzi;
  • Sempre più del 10% dei retailer ha dichiarato di aver registrato delle imposizioni per non vendere oltre confine;
  • Alcune di queste pratiche, spiega la nota, possono rendere più difficoltoso fare shopping online in generale e oltre confine e danneggiano i consumatori in termini di scelta e di trovare prezzi più competitivi.
 

Digital Content

  Un paragrafo del comunicato diramato da Bruxelles ha a che fare con le licenze di copyright, con gli accordi che sono definiti complessi e spesso esclusivi. A marzo, la Commissione aveva pubblicato le prime evidenze sul tema del geoblocking, individuando come questa pratica sia diffusa soprattutto per i contenuti digitali. Oltre il 60% degli accordi di licenza sono relativi a un singolo Stato. E se il geoblocking è il risultato di intese bilaterali tra fornitori e distributori, questo potrebbe restringere la competizione nel mercato unico, in violazione delle norme antitrust comunitarie.