Dalla salute alla performance: come tech, AI e wearable stanno riscrivendo il futuro dello sport
Dai dispositivi medicali domestici agli smartwatch evoluti, fino all’intelligenza artificiale applicata agli atleti: con Stefano Regazzi di Tech Princess analizziamo trend, business e innovazione di un mercato in piena corsa
Stefano Regazzi
Il confine tra tecnologia, salute e sport si fa ogni giorno più sottile. Da una parte crescono i dispositivi consumer capaci di monitorare parametri sempre più vicini alla medicina preventiva; dall’altra, wearable e intelligenza artificiale stanno trasformando il modo in cui ci alleniamo, misuriamo le performance e interpretiamo i dati. In uno scenario in cui il mercato globale dello sport-tech accelera e i capitali si moltiplicano, Stefano Regazzi, chief editor di Tech Princess (ospite di DailyOnAir - The Sound Of Adv), ci accompagna in un viaggio tra innovazione concreta, nuovi business e tecnologie già entrate nella vita quotidiana.
Che fotografia possiamo fare oggi del rapporto tra tecnologia, salute e sport e quali sono i trend più forti che stanno emergendo?
«Sicuramente i due trend più evidenti, dal mio punto di vista, sono da un lato il fatto che gli smartwatch non registrano più soltanto i nostri passi, ma permettono analisi sempre più precise e personalizzate: battiti, saturazione, temperatura, ma anche tempi di recupero durante gli allenamenti. Tutto è diventato molto più accurato e su misura. Dall’altro lato c’è l’utilizzo di queste tecnologie nello sport professionistico: non si tratta più soltanto di capire come stiamo o quante calorie abbiamo bruciato, ma di comprendere cosa consente a un atleta di vincere. I due aspetti hanno un elemento in comune: l’utilizzo dell’intelligenza artificiale e di un approccio basato sulla costruzione di una linea di riferimento per capire davvero come funzionano i nostri corpi e utilizzare quei dati per migliorare salute e performance».
Ha testato in prima persona l’ecosistema di Withings, inclusi dispositivi che portano l’analisi sanitaria dentro casa, come il sensore per l’analisi delle urine. Quanto siamo vicini a una vera democratizzazione della medicina preventiva attraverso la tecnologia consumer?
«Sicuramente oggi abbiamo a disposizione molti più strumenti. Non so se si possa già parlare di vera democratizzazione, ma certamente ci stiamo avvicinando. Abbiamo visto tecnologie che partono da smartwatch ormai molto diffusi, con funzioni a cui siamo abituati, fino ad arrivare a prodotti con un interesse quasi medicale: analisi avanzate del sonno oppure, come nel caso dell’analisi delle urine, strumenti che aiutano a capire se stiamo seguendo correttamente la dieta o se esistono problemi legati, per esempio, al calcio e al rischio di calcoli. La grande differenza, secondo me, è la possibilità di prevenire e di analizzare in modo molto personalizzato ciò che ci sta succedendo. Questo naturalmente non sostituisce i medici, che restano il riferimento per diagnosi e valutazioni, ma consente di arrivare da loro con dati molto più completi. Non soltanto dire “ultimamente dormo male”, ma mostrare quante ore abbiamo dormito, quali erano i battiti medi o in quali momenti il sonno si è interrotto. Sono informazioni che possono aiutare molto di più i professionisti».
Quali sono invece le innovazioni più sorprendenti e quelle che avranno davvero un impatto nel quotidiano tra wearable e smartwatch?
«Stiamo vedendo smartwatch sempre più specializzati lungo due direttrici: salute e sport. Un caso molto emblematico che ho trovato l’anno scorso è Huawei Watch D2, che integra un cinturino in grado di gonfiarsi per misurare la pressione e funzionare come un holter pressorio nell’arco delle 24 ore. Per chi ha problemi di questo tipo, o semplicemente desidera un controllo aggiuntivo, rappresenta un livello di analisi che un dispositivo generalista non potrebbe offrire. Sul fronte sportivo, invece, esistono smartwatch pensati per il golf oppure per le immersioni subacquee, con hardware dedicato e tecnologie specifiche che superano i limiti dei prodotti più generalisti. Sono nicchie in crescita continua».
L’altra faccia della medaglia di questo ingresso sempre più forte della tecnologia nel mondo dello sport e della salute è anche l’utilizzo dell’intelligenza artificiale e della data analysis nello sport professionistico. In che modo entrano concretamente nella valutazione degli atleti?
«Lo sport sta vivendo la stessa trasformazione che negli ultimi anni ha attraversato il mondo del business: abbiamo imparato a raccogliere enormi quantità di dati, ma ora dobbiamo capire come analizzarli e utilizzarli in modo immediato per migliorare le performance. Di recente ho parlato con professionisti dello sport che hanno collaborato con Amazon Web Services nella gestione dei big data. Ci sono esempi molto interessanti, come quello dell’allenatore della squadra olimpica australiana di nuoto, che utilizza telecamere per analizzare bracciata e gambata degli atleti direttamente in vasca. In questo modo ottiene dati immediati su come cambia il movimento o su come una virata si “sporchi” con la fatica. Invece di analizzare i video giorni dopo, può correggere subito l’atleta e intervenire immediatamente sulla performance. Il caso che mi ha colpito di più riguarda però gli sport paralimpici, dove è molto più difficile individuare parametri standard perché ogni atleta ha esigenze e protesi differenti. L’intelligenza artificiale e i big data permettono di capire molto più rapidamente come corre o salta un atleta e quanto le diverse protesi incidano sulla prestazione. Senza l’AI sarebbe praticamente impossibile ottenere un’analisi così approfondita».
Torniamo invece alle persone comuni, che si ritrovano tra le mani tutti questi strumenti e che devono anche avere un po’ di competenza per interpretare le informazioni che restituiscono. Quali sono gli aspetti più positivi e quelli a cui invece bisogna prestare maggiore attenzione?
«Tra gli aspetti più positivi c’è quello che in sociologia viene definito “nudging”, cioè la capacità di dare piccole spinte positive che aiutano a mantenere costanza negli allenamenti oppure a seguire abitudini più sane. Sappiamo tutti cosa ci farebbe bene, ma spesso facciamo fatica a metterlo in pratica. Quando però l’orologio ci ricorda che è ora di andare a dormire oppure che non abbiamo ancora completato l’attività fisica della giornata, siamo più incentivati a farlo. Io stesso ieri sono tornato tardi da un viaggio stampa, ma non avevo ancora chiuso gli anelli del mio Apple Watch e quindi ho fatto un allenamento rapido in casa. Senza quel feedback visivo probabilmente non lo avrei fatto. Dall’altro lato c’è la questione privacy, che resta molto delicata. I dati sanitari sono probabilmente i più sensibili in assoluto perché riguardano il funzionamento del nostro corpo. Bisogna quindi affidarsi ad aziende che abbiano pratiche rigorose nella gestione dei dati e prestare attenzione soprattutto quando integriamo altre applicazioni o condividiamo queste informazioni con servizi esterni. È un tema destinato a diventare sempre più importante».
Tra rischi e opportunità, il mercato appare però in fortissima espansione, tra sport analytics e wearable. Dove si stanno concentrando le opportunità di business e perché i fondi di venture capital stanno investendo così tanto nello sport tech?
«C’è una grande attenzione perché le persone che possono utilizzare queste tecnologie sono tantissime. Un’analisi recente, mi pare di G-Trend, dice che un quinto di chi pratica sport in Italia utilizza strumenti di questo tipo per allenarsi. Considerando che nel nostro Paese si allena circa un terzo della popolazione, significa un mercato potenziale di circa quattro milioni di persone soltanto in Italia. A livello globale i numeri diventano enormi e soprattutto non si tratta soltanto di vendere hardware, che è il primo passaggio e permette di raccogliere i dati, ma anche di costruire servizi. È qui che stiamo vedendo la crescita più forte, soprattutto grazie all’intelligenza artificiale: coaching personalizzato, telemedicina e piattaforme avanzate di analisi. In una società che continua a invecchiare, la possibilità di offrire servizi ricorrenti, magari in abbonamento, sta attirando moltissimi fondi di venture capital e molte aziende interessate non solo ai dispositivi, ma soprattutto alla componente software e ai servizi basati sull’AI. È probabilmente il fronte con il maggiore potenziale di crescita».
Guardando al futuro, quale sarà secondo te la prossima grande rivoluzione del mondo tech legato a sport e salute?
«Prevedere il futuro è sempre difficile, però ci sono trend molto chiari che continuano a rafforzarsi. Sicuramente vedremo sensori sempre più sofisticati, ma penso che la vera evoluzione riguarderà soprattutto l’analisi dei dati raccolti. Credo che la maggior parte delle persone continuerà a utilizzare smartwatch tradizionali ancora per diversi anni, ma quei dispositivi saranno capaci di estrarre molte più informazioni a partire dagli stessi dati biometrici, grazie ai big data e all’intelligenza artificiale. L’altro grande tema riguarda l’utilizzo concreto di questi dati. Gli atleti professionisti possono contare su data analyst dedicati, mentre le persone comuni no. Per questo credo che vedremo una forte crescita di servizi basati sull’intelligenza artificiale generativa o su sistemi molto semplici da usare, anche in ambito medico, capaci di aiutare davvero le persone a interpretare e sfruttare le informazioni raccolte. Probabilmente non cambierà radicalmente il modo in cui raccogliamo i dati, ma trasformerà profondamente il modo in cui li analizziamo e li utilizziamo per migliorare salute e prestazioni sportive».