Dallo smartphone alla serialità: Iki Dakika porta in Italia la rivoluzione delle vertical series
Episodi da due minuti, pensati per Instagram, TikTok e YouTube, per raccontare una nuova idea di serialità e aprire inedite opportunità per brand e creator. Le parole della founder İlkin Kavukcu
İlkin Kavukcu
l futuro dell’intrattenimento corre sempre più veloce e passa dallo schermo più piccolo, ma anche più presente nelle nostre vite: lo smartphone. In un panorama in cui l’attenzione si misura in secondi e i contenuti devono conquistare subito lo spettatore, stanno emergendo nuovi linguaggi narrativi capaci di fondere immediatezza, qualità e serialità. In questo scenario si inserisce İki Dakika Creative House, media company turca specializzata nella produzione di serie tv verticali mobile-first distribuite su piattaforme social. Attiva tra Turchia, Europa e area MENA, la società debutta ora in Italia con un format ancora inedito nel nostro Paese, pensato per ridefinire il rapporto tra storie, piattaforme e pubblico. Ne parliamo con la founder İlkin Kavukcu.
İki Dakika Creative House è stata fondata in Turchia e ora opera in tutta Europa e nella regione MENA: come ha preso forma il progetto e quale intuizione di mercato vi ha portato a concentrarvi su serie TV verticali mobile-first?
«İki Dakika Creative House è nata da un’osservazione molto chiara del comportamento del pubblico. Oggi le storie non vengono più consumate solo sugli schermi televisivi o sulle piattaforme di streaming; vivono anche sugli schermi mobili che le persone non lasciano mai. Lo schermo mobile è diventato lo schermo principale e gli utenti ora consumano contenuti in gran parte in formato verticale. I dati rendono molto chiaro perché il mobile sia al centro di questo cambiamento. Oggi il 94% degli utenti guarda contenuti con il telefono tenuto in verticale. A livello globale, oltre 3,3 miliardi di persone consumano video su mobile e non si tratta più di un’abitudine temporanea: rappresenta una trasformazione duratura. Non abbiamo visto questo cambiamento come una semplice variazione tecnica di formato, ma come l’emergere di un nuovo linguaggio narrativo. Abbiamo voluto combinare la forte tradizione turca della serialità, il suo ricco ecosistema attoriale e la sua profonda cultura drammatica con un approccio mobile-first. Per questo abbiamo iniziato a produrre contenuti seriali verticali ad alta produzione in episodi di due minuti. Oggi il fatto che le nostre prime tre serie verticali abbiano superato i 600 milioni di visualizzazioni e generato oltre 100 milioni di minuti di visione dimostra chiaramente la forza di questa domanda. La continua crescita a doppia cifra dell’economia del vertical drama, nata in Cina, evidenzia ulteriormente la dimensione economica di questa trasformazione. Queste intuizioni mostrano non solo a noi ma a tutta l’industria che la prossima generazione di storie deve essere scritta per lo schermo mobile. Siamo tra coloro che hanno riconosciuto presto questo cambiamento».
State portando in Italia un formato ancora relativamente inesplorato: cosa distingue una “serie TV verticale” dai contenuti social tradizionali o da una web series classica, sia dal punto di vista creativo sia produttivo?
«Una serie verticale non è un video social né semplicemente una web series girata in verticale. È un nuovo formato con un proprio ritmo, una propria struttura drammatica e un proprio linguaggio produttivo. Mentre i contenuti social tradizionali sono spesso costruiti attorno a un’unica idea o a un’interazione momentanea, le serie verticali sono guidate dallo sviluppo dei personaggi, dalla continuità episodica, dal conflitto drammatico e dalla fidelizzazione del pubblico. Ciò che le distingue dalle web series classiche è che sono progettate interamente per lo schermo mobile. Dall’inquadratura alla recitazione, dal ritmo di montaggio ai cliffhanger di fine episodio, ogni elemento è modellato su come gli spettatori interagiscono con gli schermi verticali. Vediamo questo formato come un “cinema ripensato per lo schermo mobile”, come una vera e propria “settima arte e mezzo”. Attraverso primi piani, aperture veloci, forti conflitti emotivi e una struttura di cliffhanger integrata, crea una connessione molto più diretta con il pubblico. Con episodi che durano tipicamente 1–2 minuti, queste serie si sviluppano su 50–60 episodi, formando un nuovo tipo di ecosistema dell’intrattenimento e dei media, che può essere fruito tutto d’un fiato in una sola sessione o seguito con costanza per settimane».
I vostri episodi durano circa due minuti ma mantengono una forte struttura narrativa: come si costruisce una storia che cattura l’attenzione in pochi secondi e allo stesso tempo mantiene la fedeltà del pubblico nel tempo?
«In un episodio di due minuti non c’è spazio per il tipo di lunga esposizione artistica spesso presente nei drama tradizionali, dove un singolo ambiente o personaggio può essere esplorato a lungo nel corso di ore. Dobbiamo entrare subito nella storia, definire immediatamente il personaggio e catturare la curiosità dello spettatore nei primi secondi. Per questo ogni episodio è costruito attorno a un nucleo drammatico molto chiaro: un’emozione, un conflitto, una decisione, forse anche un segreto, che trascina il pubblico in una sensazione di ignoto. Allo stesso tempo non trattiamo questo formato come contenuto usa e getta. Ogni episodio ha un momento forte proprio, ma resta parte integrante della narrazione più ampia. Lo spettatore deve sentirsi soddisfatto dopo un singolo episodio, ma anche spinto a continuare. Per questo bilanciamo con attenzione ritmo, emozione e suspense. Il comportamento degli utenti su piattaforme come TikTok influenza direttamente il modo in cui costruiamo le storie. In media un utente consuma tra 95 e 110 video al giorno. Su YouTube oltre due miliardi di utenti guardano Shorts ogni mese, generando circa 70 miliardi di visualizzazioni al giorno. Gli spettatori prendono decisioni rapidamente, consumano contenuti velocemente e perdono attenzione altrettanto in fretta. Oggi la capacità di attenzione media è scesa a circa otto secondi, e sui social può ridursi fino a 1,5–3 secondi. Questo significa che se qualcosa non cattura subito l’interesse, gli utenti scorrono oltre tra miliardi di altri video. Per questo, entriamo subito nella storia, definiamo rapidamente il personaggio e chiudiamo sempre ogni episodio con una forte curiosità. Questo comportamento rende la narrazione breve e seriale non solo una scelta ma una necessità. Anche se due minuti possono sembrare pochi, se scritti bene aprono uno spazio drammatico potente. Il pubblico mobile risponde meno alle lunghe esposizioni e più all’emozione, ai personaggi e al ritmo rapido. Naturalmente anche la qualità produttiva è fondamentale, qualità visiva, costumi, location e scenografia sono importanti quanto i personaggi. Il pubblico distingue immediatamente tra produzioni di alta qualità e contenuti più basilari. In İki Dakika Creative House siamo impegnati a offrire solo progetti ad alto valore produttivo attraverso le piattaforme mobile».
Le vostre produzioni sono progettate nativamente per piattaforme come Instagram, TikTok e YouTube: come cambia il linguaggio narrativo a seconda della piattaforma e come bilanciate creatività e dinamiche guidate dagli algoritmi?
«Ogni piattaforma ha un proprio comportamento del pubblico. Su TikTok è fondamentale catturare energia nei primi secondi e massimizzare la condivisibilità. Su Instagram contano di più il mondo visivo, l’estetica dei personaggi e il senso di comunità. Su YouTube Shorts invece la visione seriale e la continuità degli episodi sono driver molto più forti. Non consegniamo il processo creativo all’algoritmo, ma prendiamo molto sul serio il modo in cui gli algoritmi plasmano il comportamento del pubblico. In altre parole costruiamo prima la storia e poi ottimizziamo ritmo, apertura, montaggio e finali per farla viaggiare nel modo più efficace sulle piattaforme. Definiamo così l’equilibrio: l’algoritmo è il percorso per raggiungere il pubblico, la storia è ciò che lo trattiene. Se ti concentri solo sull’algoritmo non costruisci un brand duraturo; se ti concentri solo sulla narrazione senza considerare le dinamiche di piattaforma, fatichi a raggiungere il pubblico. Ci sono anche dati chiari: i contenuti brevi sono raccomandati più spesso, hanno maggiore condivisibilità e scalano più velocemente. In Turchia l’uso quotidiano dei social si avvicina alle tre ore e i tempi di visione su TikTok sono circa il 40% più alti rispetto alla media europea. Questo spiega chiaramente perché questo tipo di contenuto cresce così rapidamente».
Perché avete scelto l’Italia come prossimo mercato per l’espansione internazionale? Avete già individuato trend, audience o opportunità specifiche nel contesto italiano?
«L’Italia è per noi un mercato molto speciale. Ha sia una forte cultura visiva sia una tradizione narrativa profondamente radicata. Con il suo ricco patrimonio in cinema, televisione, moda, design e lifestyle, è un Paese con una potente identità emotiva. Portando un nuovo formato narrativo come le serie verticali in Europa, iniziare da un Paese con questa profondità culturale è molto significativo per noi. La scelta di partire da Venezia è anche simbolica. Per secoli Venezia è stata un centro di narrazione e arti visive, una città che tiene insieme passato e presente. Abbiamo voluto posizionare le serie verticali in questo contesto culturale forte. In Europa l’uso quotidiano dei social su mobile si avvicina alle 2–3 ore e il video breve è stato il segmento in più rapida crescita negli ultimi tre anni. Questo rende il mercato un’opportunità molto forte per noi. Allo stesso tempo la natura multilingue dell’Europa consente ai contenuti di scalare tramite adattamenti locali, rendendo la crescita in mercati come l’Italia ancora più strategica. In Italia soprattutto i pubblici più giovani sono molto ricettivi ai contenuti mobile-first. Narrazione drammatica, dinamiche familiari, romanticismo, tensioni sociali e storie guidate dai personaggi si allineano bene con la sensibilità culturale italiana. Per questo vediamo l’Italia non solo come mercato di distribuzione ma anche come hub chiave per collaborazioni creative e co-produzioni. In Turchia abbiamo già collaborato con un’ampia gamma di brand globali e locali in diversi settori, dalla finanza e banking alla tecnologia, FMCG, cosmetica, tessile e gioielleria. Questi brand sono stati integrati nei nostri progetti attraverso diversi modelli narrativi e pubblicitari. Le serie verticali sono diventate un potente mezzo pubblicitario per i brand che vogliono comunicare in modo rapido e misurabile. Con l’espansione in Europa continueremo a sviluppare nuovi modelli che creano spazio per collaborazioni con i brand, come abbiamo fatto in Turchia. Infine vorrei condividere che lanceremo presto una nuova serie verticale che inizia a Venezia e prosegue a Istanbul».
Il vostro modello combina intrattenimento, narrazione seriale e pubblicità nativa: quali opportunità apre per i brand e le aziende che vogliono comunicare attraverso questo nuovo linguaggio?
«Oggi i brand non vogliono più essere solo visibili; vogliono diventare parte naturale del mondo emotivo del pubblico. Le serie verticali creano uno spazio molto potente per questo. La pubblicità non interrompe la storia, ne diventa una parte organica. Lavoriamo con i brand attraverso diversi modelli: integrazioni passive in cui il prodotto esiste naturalmente nella storia, integrazioni attive in cui i personaggi utilizzano il prodotto, mini episodi dedicati al brand e formati pubblicitari brevi progettati specificamente per il linguaggio delle serie verticali. Questo approccio genera un impatto più organico rispetto alla pubblicità tradizionale e più sostenibile rispetto ai contenuti degli influencer. Oggi il fattore più critico per i brand è il ritorno sull’investimento. Nelle serie verticali, poiché il pubblico sviluppa una connessione emotiva con il contenuto, i tassi di engagement e memorabilità sono significativamente più alti rispetto alla pubblicità tradizionale. Inoltre la ricerca accademica dimostra costantemente che le pubblicità verticali full-screen su mobile generano maggiore attenzione e coinvolgimento rispetto ai formati orizzontali. Questo rende il modello ancora più prezioso per i brand. La differenza chiave è questa: il pubblico non è esposto alla pubblicità, incontra il brand all’interno della storia. Questo rafforza la percezione del brand preservando l’esperienza di visione. Vorrei anche evidenziare alcuni insight chiave del Reuters Institute e del report Journalism and Technology Trends 2026 dell’Università di Oxford, che sottolineano la rapida crescita delle serie verticali. Piattaforme come YouTube, TikTok e Instagram premiano contenuti coerenti nel formato e distribuiti in strutture episodiche. Il fatto che le serie verticali si allineino naturalmente a queste dinamiche algoritmiche è uno dei loro maggiori punti di forza. Le serie verticali non riportano gli utenti per un singolo contenuto ma per un intero universo narrativo, ed è questo che le rende così potenti nel costruire abitudini. Quando una serie è costruita attorno a un volto, una voce o un’identità narrativa riconoscibile, aumenta fiducia e connessione emotiva. In questo senso offrono una flessibilità di visione molto allineata alla creator economy. Dal punto di vista commerciale offrono anche un vantaggio significativo: rispetto ai contenuti standalone sono molto più adatte e misurabili per sponsorizzazioni, partnership e modelli in abbonamento. La strategia “watch tab” del New York Times, le serie video prodotte da BBC e The Economist e le categorie di contenuto verticale del Daily Mail, che spaziano da gaming, finanza e intrattenimento, dimostrano che questo approccio non è più limitato all’intrattenimento ma viene adottato anche da media e giornalismo. Con l’avanzare del 2026 uno dei punti di svolta più critici è l’emergere del video verticale come formato mainstream. Questo cambiamento non va visto come una tendenza temporanea o come formato destinato solo ai giovani, ma come un riposizionamento permanente del centro dei media digitali. Per molto tempo il video verticale è stato considerato dai media tradizionali come contenuto accessorio per i social, uno strumento di marketing o un’aggiunta necessaria per raggiungere i più giovani. Dal 2025 questa visione non è più valida. Il video verticale non è più solo un formato di distribuzione, è diventato il contenuto stesso. Non è più ai margini dei media digitali ma al loro centro, il nuovo mainstream del mondo digitale».
Guardando al futuro, pensate che le serie verticali possano ridefinire il concetto stesso di intrattenimento seriale, arrivando a integrare o persino sfidare modelli più tradizionali come quelli delle piattaforme di streaming?
«Crediamo assolutamente che lo ridefiniranno. Tuttavia non vediamo questa evoluzione solo come una competizione. Le serie verticali non devono sostituire l’esperienza long-form offerta da piattaforme come Netflix o Disney+; rispondono a un’esigenza di fruizione diversa. Oggi il pubblico attraversa molti momenti diversi durante la giornata. A volte vuole guardare una serie lunga, altre volte vuole vivere una storia intensa in due minuti. Le serie verticali parlano direttamente a questo nuovo comportamento di consumo. Offrono un formato breve, veloce, emotivo, coinvolgente e altamente rivedibile. Il mercato del video verticale ha già raggiunto un valore stimato di circa 250 miliardi di dollari ed è previsto in crescita fino a 574 miliardi entro il 2033. Allo stesso tempo le app di short drama hanno superato circa 950 milioni di download entro il 2025 e generato miliardi di dollari di ricavi, dimostrando chiaramente che non si tratta solo di un trend ma di un’economia dell’intrattenimento pienamente sviluppata. A livello globale alcune serie verticali prodotte con qualità comparabile alla nostra hanno raggiunto tra 200 e 500 milioni di visualizzazioni in una singola stagione, dimostrando che questo formato è molto più potente dei contenuti social standard in termini di narrazione e coinvolgimento del pubblico. Per questo vediamo le serie verticali non solo come un’alternativa all’ecosistema dello streaming ma anche come un suo complemento. In futuro ci aspettiamo molti più spin-off verticali di serie long-form, storie collaterali guidate dai personaggi, narrazioni supportate dai brand e adattamenti localizzati. L’orientamento dello schermo è cambiato, e con esso la direzione della narrazione».