Autore: Redazione
12/06/2017

Ipsos: supera i 46 milioni di euro di fatturato nel 2016, in crescita del 4%

L’istituto di cui è presidente Nando Pagnoncelli beneficia di un andamento in controtendenza grazie al continuo orientamento alla sperimentazione, ineludibile per cogliere i cambiamenti sociali e di consumo

Ipsos: supera i 46 milioni di euro di fatturato nel 2016, in crescita del 4%

Il focus sull’innovazione, intesa come continua sperimentazione di nuovi approcci e altrettanto nuove modalità di ricerca, sia sociale che di mercato - sostenuta per altro dall’analogo orientamento che sta consolidando il posizionamento distintivo dell’omonimo Gruppo di cui fa parte - sta permettendo a Ipsos Italia di andare in netta controtendenza rispetto al trend del comparto di cui fa parte, con una crescita del fatturato, in questa prima parte dell’anno, allineata a quella del +3\4% del 2016, che ha toccato quota 46 milioni di euro, con più di 1.500 indagini realizzate. Lo ha spiegato a DailyMedia il presidente dell’istituto, Nando Pagnoncelli, venerdì scorso, a margine della presentazione la ricerca realizzata per Pubblicità Progresso e Assirm sulla fruizione mediatica degli studenti universitari. Una propensione che ha portato ad esempio Ipsos Italia ad attivare, già tre anni fa, un proprio punto vendita a Milano, in tutto e per tutto uguale a quello di una qualsiasi insegna della gdo, per monitorare sul campo i comportamenti di shopping dei consumatori integrando strumentazioni tecniche e nuove discipline di ricerca. Allo stesso modo, un anno fa, è partita la sperimentazione di una metodologia, che poi è stata adottata a regime, che integra fisso, mobile e internet per effettuare più precisi sondaggi di opinione ed elettorali. Non a caso, l’ultima edizione del GreenBook Research Industry Trends Report ha messo Ipsos al secondo posto - alle spalle solo di System 1 Research, già BrainJuicer - nella classifica dei migliori 50 istituti di ricerca per innovazione.

“L’élite dei giovani (dis)informati”: Ipsos per Pubblicità Progresso e Assirm

L’ultima conferma dell’ineludibile necessità di rivedere e rinnovare gli strumenti analitici dell’indagine sociale è venuta proprio dai risultati della citata ricerca, che ha riproposto, nel caso, il problema di come entrare in relazione con quella, osservata dell’indagine effettuata per la Fondazione di cui è presidente Alberto Contri, che aspira ad essere la prossima classe dirigente del nostro Paese. Non tanto, come ha sottolineato sempre Pagnoncelli, per sapere quale siano la dieta mediatica e i comportamenti di consumo dei giovani, ma per almeno cercare di coglierne quali siano i valori e gli orientamenti di giudizio in base ai quali svilupperanno i loro comportamenti sociali in un contesto che è in realtà sempre più delicato e problematico, come mostra facilmente la cronaca di tutti i giorni. Tra l’altro, la ricerca in questione - non a caso intitolata L’élite dei giovani (dis)informati - è stata effettuata su oltre 1.200 giovani studenti universitari italiani del network Athena (il think tank dei 100 docenti volontari che collaborano con Pubblicità Progresso), composto per la metà da studenti in scienze della comunicazione, marketing e scienze politiche e sociali e che, quindi, dovrebbero rappresentare una tipologia più acculturata e sensibile della media dei loro coetanei.

La dieta mediatica degli universitari

Ebbene, tra le varie evidenze, è emerso che questi universitari guardano sempre meno la tv: circa la metà soltanto ne fruisce quotidianamente, mentre una vasta maggioranza (82,3%) la guarda solo una volta alla settimana. Film (75,5%) e serie tv (69,2%) sono i contenuti preferiti. News e telegiornali si posizionano invece al terzo posto. E’ su internet che quasi il 40% della nuova generazione nativa digitale passa più di 4 ore al giorno, il 15% addirittura più di 6. Il mezzo più utilizzato per navigare, e preferito al pc, è lo smartphone: il 95.6% dei ragazzi lo usa, a fronte di un solo 21% che, invece, dichiara di usare il tablet. Solo una parte (7%) accede al web anche per informarsi. Le attività più gettonate sono l’uso di motori di ricerca, il servizio di messaggistica istantanea e i social network, di cui Facebook rimane il re (98%), seguito da WhatsApp (91,9%) e Instagram (77,5%). Il 65% di coloro che si informano in rete sceglie come canali i social media (42%), seguiti da news online (32%) e portali (16%). Segue la tv, preferita da quasi un terzo; mentre è irrisorio il numero di studenti che utilizza il mezzo stampa (2,2%) o radiofonico (1,7%). In ogni caso sono i temi di carattere sociale a interessare una grande maggioranza degli intervistati (78%), anche perché più della metà dichiara di essere impegnato in attività di volontariato o beneficenza. «Il quadro che emerge offre molti spunti di riflessione, anche piuttosto problematici, e suona come una sveglia per tutto il mondo dell’informazione - ha sottolineato il presidente di Pubblicità Progresso, Alberto Contri -. La domanda che tutti ci dovremmo porre è, vista la scarsa attitudine all’approfondimento dei giovani universitari, come faranno a formarsi una capacità critica che li metta in grado di andare a votare con scienza e coscienza?». «Prevale l’esigenza di aggiornamento in tempo reale a quella dell’approfondimento, l’auto-selezione delle notizie alla loro contestualizzazione e gerarchizzazione - spiega Pagnoncelli -: e sempre più spesso le percezioni prevalgono sulla realtà e le emozioni sulla razionalità. L’utilizzo dei social non favorisce il senso critico perché prevale l’omofilia al confronto tra opinioni diverse. Tutto ciò si riflette sul clima sociale e sulla fiducia dei cittadini, e investe i rapporti con la politica e le istituzioni, da cui gli individui si sentono sempre più distanti. Non a caso assistiamo alla crescita dei populismi».