Autore: Davide Sechi
05/10/2026

Intelia, quando l’AI cambia il valore del lavoro

L’AI entra negli studi professionali e ridisegna tempi, competenze e criteri di valorizzazione: FuturIA parte dal mondo legale ma guarda a notai, tributaristi, consulenti e professionisti della proprietà intellettuale. Se la tecnologia diventa accessibile a tutti, la vera differenza può essere il metodo. Ne parliamo con il founder di Intelia, Riccardo Vieri

Intelia, quando l’AI cambia il valore del lavoro

Riccardo Vieri

L'AI promette di far risparmiare tempo, ma proprio il tempo risparmiato rischia di diventare il nuovo tema economico per chi lavora con conoscenza, esperienza e responsabilità. A Wall Street alcune grandi banche chiedono già agli studi legali di trasformare le efficienze dell'intelligenza artificiale in minori costi per i clienti, mentre in Italia gli avvocati che dichiarano di utilizzare strumenti di AI sono passati dal 27,5% al 55,3% in un solo anno. Intelia affronta la trasformazione con FuturIA, piattaforma che integra più modelli e conta circa 200 professionisti nel settore legale. Ma la questione va ben oltre gli avvocati: se tutti potranno utilizzare gli stessi strumenti, cosa distinguerà davvero un professionista dall'altro? Esperienza, giudizio, capacità decisionale, specializzazione e metodo sembrano destinati ad assumere un peso crescente. E la domanda riguarda ormai l'intero mondo del lavoro. Ne parliamo con il founder di Intelia, Riccardo Vieri (ospite di DailyOnAir - The Sound Of Adv).

Se l'intelligenza artificiale consente a un professionista di svolgere in un'ora un'attività che prima richiedeva tre ore, come cambia il valore economico di quel lavoro? Il tempo resta la misura della prestazione oppure dobbiamo iniziare a ragionare in termini di risultato, competenza e responsabilità?

«Non è tanto il tempo quanto la qualità, la precisione e la rapidità nel fornire informazioni molto più accurate. Grazie al supporto dell'intelligenza artificiale si impiega meno tempo, ma il controllo del professionista resta determinante. Si riesce quindi a fornire al cliente un servizio migliore, in tempi molto più rapidi».

FuturIA nasce soprattutto per il mondo legale, ma il principio sembra molto più ampio: mettere la tecnologia al servizio del professionista senza chiedergli di diventare un esperto di modelli, aggiornamenti e tecnicismi. Quale problema concreto del lavoro professionale avete cercato di risolvere con la piattaforma?

«Il problema principale è che chi utilizza piattaforme di intelligenza artificiale per lavoro non deve necessariamente essere un esperto. Una macchina si impara a guidare, mentre con l'intelligenza artificiale il ragionamento iniziale è più complesso. Abbiamo quindi cercato di eliminare la complessità che il professionista incontra ogni giorno: quale modello scegliere, come utilizzarlo, come scrivere un prompt, come formulare le domande. Stiamo iniziando a comunicare con una macchina, con un robot, e siamo abituati a comunicare in maniera differente. Abbiamo sviluppato la piattaforma per consentire a chiunque di competere anche con studi professionali molto più grandi, facendo svolgere a monte da noi le operazioni più complesse. In questo modo solleviamo il professionista da conoscenze tecniche piuttosto complesse, in un mondo che cambia molto velocemente, soprattutto nell'AI».

Quanto è importante, quindi, togliere dal professionista la complessità tecnologica? In futuro saremo tutti più specialistici oppure quella complessità rischia di diventare una barriera?

«È una barriera, ma è molto importante eliminare le difficoltà iniziali. Accade con tutte le tecnologie. Quando si utilizza un televisore non è necessario sapere come e quando arriva l'immagine, né conoscere tutte le funzioni dell'apparecchio. Lo stesso vale per l'AI: bisogna imparare a utilizzarla per il proprio scopo, nel modo migliore possibile, perché deve diventare un supporto al lavoro. Se invece diventa un ostacolo, perché bisogna formarsi, studiare e aggiornarsi continuamente, diventa una lotta davvero difficile per chi svolge una professione. Per questo è determinante renderla semplice, facile e performante».

Professionisti diversi hanno esigenze diverse. In che modo l'intelligenza artificiale può diventare un vantaggio competitivo senza trasformarsi in uno strumento di omologazione?

«Il vantaggio competitivo dipende dalla qualità delle piattaforme che utilizziamo. Purtroppo, in questo momento, l'88% del mercato è suddiviso tra tre grandi player e i professionisti utilizzano quasi sempre le tre piattaforme più conosciute. Il risultato è un appiattimento dei contenuti e, nel settore legale, anche delle modalità di lavoro e di approccio al litigation. La differenza la fanno aziende come la nostra e altre realtà che lavorano di nicchia, sviluppando algoritmi settoriali per ottenere le migliori prestazioni possibili. Altrimenti le risposte finiscono per essere sempre le stesse. Lo vediamo anche semplicemente sui social: molti post e molti articoli, per chi conosce il settore, sono scritti con l'intelligenza artificiale e presentano la stessa struttura e la stessa forma. La differenza la farà sempre di più la competenza e la qualità delle piattaforme di nicchia, che dedicano risorse e lavoro umano a sistemi capaci di far performare meglio i modelli di intelligenza artificiale».

L'elemento umano resta quindi decisivo, soprattutto nella capacità di interpretare le risposte dell'AI e adattarle allo scopo. Quali saranno gli altri ambiti professionali nei quali l'intelligenza artificiale avrà un impatto particolarmente forte?

«Sicuramente le discipline ad alta intensità di conoscenza, soprattutto quelle più complesse: la scienza, la medicina, la proprietà intellettuale. Sono ambiti nei quali bisogna mettere insieme la complessità dei dati e la capacità umana di interpretarli. L'intelligenza artificiale rappresenta un aiuto incredibile. I ricercatori e i biologi che lavorano nel campo scientifico avranno un braccio destro inesauribile, capace di lavorare 24 ore su 24 a supporto di ciò che viene richiesto. Vedo quindi l'intelligenza artificiale come uno strumento eccellente, oltre che nel settore legale e nella proprietà intellettuale, anche nella medicina, nella scienza, nella biologia, nell'astronomia e in tutte quelle discipline più complesse che devono unire dati e interpretazione umana».

Abbiamo parlato di tempo e di efficienza. Quale impatto può avere l'intelligenza artificiale sulla remunerazione delle prestazioni professionali, per esempio quelle di avvocati e commercialisti?

«Un impatto sicuramente ci sarà. Anche le nuove normative pongono ai professionisti la necessità di utilizzare l'intelligenza artificiale nell'ambito lavorativo, quando può essere effettivamente utile. Il problema è che, quando il cliente sa che un'attività può essere svolta con l'AI, può chiedere degli sconti perché pensa che il lavoro venga fatto molto più facilmente e in meno tempo. Noi, invece, riteniamo che questo non avverrà, per il semplice fatto che il professionista deve comunque assumersi la responsabilità di ciò che firma e fornire il risultato finale al cliente, anche se in tempi molto più brevi. Il problema non è soltanto quanto tempo serve per ottenere una risposta. Oggi, per esempio, un cliente va da un legale, c'è un briefing iniziale, bisogna comprendere il problema e poi attendere una risposta: purtroppo possono passare settimane, anche per gli impegni di lavoro. Credo che questo aspetto non cambierà. Ogni ordine ha la propria associazione professionale e, in alcuni casi, il consiglio dell'ordine stabilisce anche degli importi. Temo quindi che, dal punto di vista delle parcelle, non ci sarà una riduzione. Dal punto di vista qualitativo, invece, mi auguro che ci sia un effettivo miglioramento del prodotto finale».

L'omologazione dei contenuti sembra però un rischio concreto. Se l'utilizzo massiccio dell'intelligenza artificiale produce testi e risultati sempre più simili, non rischiamo di arrivare a un punto in cui la differenza tra ciò che facciamo e ciò che fanno gli altri diventa irrilevante?

«È un grande rischio, purtroppo. È una sorta di appiattimento, uno standard che, esagerando, potremmo definire mediocrità. Dobbiamo invece capire che, anche utilizzando l'intelligenza artificiale, noi siamo i pittori e l'intelligenza artificiale è la tela: ci dà il colore, ci dà i pennelli, ma i pittori siamo noi. Se conosciamo lo strumento o utilizziamo sistemi realmente ben sviluppati, il risultato finale può essere sorprendente. Altrimenti la nostra società rischia un appiattimento generale. Pensiamo agli studenti: se utilizzo l'intelligenza artificiale per farmi scrivere una tesi, abbiamo un problema. Se invece scrivo la tesi e chiedo all'AI di indicarmi i punti nei quali posso migliorare, ottengo un grande beneficio, perché miglioro il mio apprendimento e individuo i miei punti deboli. Credo quindi che l'intelligenza artificiale, sulla quale lavoriamo da due anni, debba diventare anche una sorta di DNA personale: in futuro ognuno dovrebbe avere il proprio DNA legato all'utilizzo dell'intelligenza artificiale, per essere completamente diverso dagli altri. Mi auguro che sia davvero questo l'obiettivo, per evitare che la società diventi sempre più piatta».

Forse, però, l'appiattimento è una fase quasi necessaria: l'uomo cerca da sempre di soffrire meno e di rendere più semplici le proprie attività. Non è possibile che dobbiamo attraversare una fase di standardizzazione prima di arrivare a un utilizzo più personale dell'AI?

«Penso che venga fatto passare come necessario perché, in un certo modo, chi propone questi sistemi vuole farcelo credere: è una leva per favorirne l'utilizzo. La comunicazione è in mano alle grandi società che realizzano prodotti molto performanti e destinati un po' a tutti. La verità, però, è che a scegliere siamo sempre noi. È sempre l'uomo al centro di questo volano e di questa guida. Bisogna quindi un po' ribellarsi a questa tendenza: fare umanamente ciò che ci permette di fare la nostra mente e utilizzare l'intelligenza artificiale come strumento di arricchimento. È un concetto forse complesso, perché dobbiamo attraversare anche una fase educativa sul modo d'uso, ma mi auguro che nei prossimi anni cresca una cultura capace di conoscere questa materia e di promuoverla in maniera intelligente. Come dico sempre, se abbiamo un coltellino svizzero possiamo usarlo per tagliare il pane, possiamo usarlo per scopi benefici, ma possiamo anche tagliarci e farci male. Cerchiamo quindi di utilizzarlo in modo intelligente, aiutandoci tutti a portare avanti questa enorme innovazione in maniera sobria e utile per tutti».

Per concludere, qual è il manifesto di Intelia? Come si concretizza la vostra offerta, sia sul piano formale sia su quello filosofico?

«Il nostro principio è che l'uomo è il pilota. Come dicevo prima, stiamo creando un DNA per ogni attività professionale. Significa che ogni azienda e ogni professionista, attraverso un'esperienza dedicata, avrà delle istruzioni e vedrà codificato il proprio modo di lavorare, senza perdere la propria capacità e la propria forma mentis nell'utilizzare l'intelligenza artificiale come meglio crede. Ci siamo accorti che molti professionisti ci dicono: il risultato che otteniamo con l'AI è buono, ma non è fatto come lo avremmo voluto. Ed è qui la grande differenza: come lo vogliamo fare è una caratteristica dell'uomo. Intelia va nella direzione in cui l'uomo resta protagonista e l'intelligenza artificiale lo aiuta a migliorare. Il risultato finale deve essere una somma: io sono bravo, l'intelligenza artificiale mi aiuta e divento ancora più bravo e unico. È questa la direzione verso la quale cerchiamo di andare, in un mondo che invece, purtroppo, tende alla standardizzazione».

Quindi la salvezza potrebbe essere anche nel nostro gusto estetico, nella nostra capacità innata di distinguere ciò che è bello, originale e personale?

«Sì, secondo me sì. Poi siamo italiani, siamo creativi: per tenere la creatività saremmo davvero bravi».