Autore: Davide Sechi
03/06/2026

Fulvio De Rosa e la nuova geografia dei festival: tra identità, territori e futuro del live entertainment

Dai grandi nomi internazionali ai festival diffusi nei territori, passando per sostenibilità, inclusione e nuove tecnologie: il direttore generale di Shining Production racconta come stia cambiando il mercato degli eventi live e quale direzione prenderà lo spettacolo dal vivo italiano nei prossimi anni

Fulvio De Rosa e la nuova geografia dei festival: tra identità, territori e futuro del live entertainment

Fulvio De Rosa

L’estate italiana dei concerti non è più soltanto una sequenza di date e palchi: oggi i festival sono diventati ecosistemi culturali, strumenti di valorizzazione territoriale e piattaforme capaci di unire musica, intrattenimento, turismo ed esperienze immersive. In questo scenario, cresce il peso di realtà indipendenti che riescono a costruire progetti trasversali, diffusi e riconoscibili, dialogando con istituzioni, artisti e pubblico. Tra i protagonisti di questa evoluzione c’è Fulvio De Rosa (ospite di DailyOnAir - The Sound Of Adv), fondatore del Live Music Club di Trezzo sull’Adda e direttore generale di Shining Production, società che negli anni ha sviluppato alcuni dei principali festival italiani tra Lombardia, Sardegna e grandi location storiche; direttore artistico e mente di festival come Rugby Sound, Alguer Summer Festival, Mantova Summer Festival, AstiMusica e Lazzaretto Estate.

Negli ultimi anni il concetto stesso di festival è cambiato profondamente. Oggi conta quasi quanto il concerto anche l’esperienza complessiva. Come si costruisce un festival contemporaneo capace di restare competitivo e, allo stesso tempo, riconoscibile?

«Le abitudini e le aspettative del pubblico si sono evolute profondamente. Oggi le persone cercano sempre di più un valore aggiunto rispetto all’esperienza live, che resta fondamentale ma si è progressivamente arricchita. In Italia stiamo assistendo a una crescita molto significativa del numero di spettacoli. Da un lato esiste una situazione che ci preoccupa, perché c’è un’iperconcentrazione nei grandissimi eventi che drenano risorse e pubblico. Dall’altro si conferma il ruolo economico, sociale e culturale svolto da tutte quelle realtà nelle quali operano soggetti indipendenti. Non parliamo necessariamente di eventi molto piccoli, ma di una fascia che arriva fino a diecimila persone. In questo ambito esiste un ecosistema di operatori che svolge un lavoro tailor-made, costruito attorno a specifiche realtà territoriali, cercando di valorizzarne le caratteristiche e offrendo all’esperienza musicale, o più in generale allo spettacolo dal vivo, elementi architettonici, storici e naturalistici. Abbiamo la fortuna di vivere in un Paese ricco di luoghi straordinari, tradizioni e percorsi da esplorare. Collegare l’esperienza musicale ad attività parallele aiuta molto e spesso avviene in modo naturale. Sempre più persone scelgono determinati luoghi o valorizzano particolari spettacoli perché costruiscono attorno a essi un’esperienza turistica, culturale, economica e gastronomica più ampia».

Negli anni Novanta e nei primi anni Duemila questa dimensione sembrava molto meno sviluppata. Quando è nato il desiderio di vivere un’esperienza così estesa?

«Come sempre, i fenomeni sono il risultato di molti fattori. Se dovessi individuarne alcuni, partirei da una crescente attenzione verso il cibo, il bere, il vino e tutto ciò che è esperienziale. Anche l’esplosione dei social network e la promozione di determinate attività hanno reso le persone più curiose, spingendo chi offre servizi a modificare la propria proposta. In questo contesto si è inserita anche l’esperienza di Expo, che ha fatto comprendere agli italiani il valore di un patrimonio enorme che spesso non veniva valorizzato adeguatamente. Aver reso evidente la forza e l’attrattività del cibo, delle bevande e delle eccellenze territoriali ha spinto tutti ad alzare la qualità. Fino a qualche anno fa si andava a una festa e si trovavano sempre le stesse proposte. Oggi esistono boutique festival, percorsi dedicati, format craft food e una componente food & beverage molto più importante. A questo si aggiunge il processo di concentrazione nei grandi eventi e una crescita artistica che ha coinvolto un pubblico rinnovato, più giovane e probabilmente con una capacità economica diversa rispetto al passato. Si è così creata una distinzione tra i grandi eventi e gli altri operatori, che hanno dovuto trovare elementi distintivi. Li hanno trovati lavorando sul territorio in modo più attento, valorizzandone le peculiarità e ottenendo risultati confortanti. Si è allargata la distanza tra i grandi eventi e il mondo dei festival piccoli e medi costruiti attorno a fattori che rendono l’esperienza più attrattiva».

A cambiare è stato soprattutto il pubblico. Come si dialoga oggi con una platea sempre più trasversale?

«Anche questo è un elemento fondamentale. Molti eventi si sono evoluti e stiamo assistendo alla nascita di sempre più festival, rassegne e concert series. L’Italia continua però a non essere particolarmente forte nella creazione di grandi festival sul modello europeo, americano o australiano, quelli che concentrano centinaia di artisti e numerosi palchi nell’arco di pochi giorni. Non siamo ancora riusciti a trovare una chiave di realizzazione e sostenibilità per quel formato. Probabilmente una delle ragioni è proprio ciò di cui abbiamo parlato finora: l’Italia ha una tale quantità di offerta distribuita lungo tutta l’estate da non avvertire l’esigenza di concentrare tutto in un’unica esperienza. Altri Paesi hanno avuto percorsi storici e culturali differenti e non dispongono della stessa ricchezza naturalistica, architettonica e storica. Da noi il modello è molto più diffuso sul territorio. Del resto l’Italia è sempre stata costruita sul tessuto delle piccole e medie realtà e continua a mantenere questa caratteristica. Sul fronte dei gusti, invece, i confini si sono allargati. Oggi non si parla più soltanto di musica e concerti, ma di spettacolo dal vivo in senso ampio. Grazie ai social network si sono aperte nuove modalità di fruizione artistica che attraggono un pubblico che non segue più le divisioni culturali e sociali degli anni Settanta, Ottanta e Novanta. Esistevano gruppi molto distinti, con gusti, stili e appartenenze ben definiti. Oggi tutto è molto più fluido. I gusti sono trasversali e le nuove generazioni non concepiscono più quel tipo di segmentazione. Seguono ciò che piace loro senza porsi particolari confini. Personalmente considero questo un elemento positivo per una società aperta e condivisa. Come organizzatori abbiamo compreso che altre tipologie di spettacolo potevano integrarsi perfettamente nei nostri festival e permetterci di allargare il pubblico. All’interno di una stessa settimana di programmazione possiamo alternare concerti seduti, spettacoli destinati a un pubblico più giovane, appuntamenti di divulgazione scientifica in ambito criminologico o psicologico, spettacoli comici, stand-up comedy, prosa e rivista. Tra gli eventi più forti della nostra programmazione c’è, per esempio, lo spettacolo di Paolo Ruffini e Vera Gheno. Qualche anno fa era una proposta destinata a circuiti teatrali specifici e a un pubblico particolare. Oggi è diventata mainstream, ha registrato il tutto esaurito all’Arena di Verona e continua a fare sold out nei festival di medie dimensioni. Noi operatori indipendenti siamo molto vicini al pubblico, al mercato, ai colleghi e ai territori. Questo ci permette di cogliere con anticipo alcune tendenze e trasferirle nella programmazione. Molti fenomeni continuano a nascere dal basso e successivamente crescono fino a raggiungere dimensioni che escono dalla sfera dell’indipendenza, arrivando agli stadi e alle grandi arene».

Quali sono oggi le manifestazioni più rappresentative della vostra attività?

«La Lombardia resta il nostro centro operativo. Qui abbiamo sviluppato il percorso che parte dal Live Club e arriva alle varie rassegne e ai festival. Tra gli appuntamenti storici ci sono il Rugby Sound Festival di Legnano e il Lake Sound Park di Cernobbio, sul lago di Como. A Bergamo seguiamo due realtà: il Lazzaretto, attraverso un progetto triennale, e Next Station, un progetto di riqualificazione urbana che utilizza musica e cultura per valorizzare una piazza complessa. A Mantova organizziamo il Mantova Summer Festival, che si sviluppa in due periodi e in due location straordinarie. Da quest’anno collaboriamo ad Asti Musica, dove stiamo lavorando a un’evoluzione del modello. Da alcuni anni siamo presenti anche in Sardegna con l’Alguer Summer Festival di Alghero. Tutti questi luoghi possiedono le caratteristiche di cui abbiamo parlato: valore naturalistico, storico e architettonico. Sono città che contano poche decine di migliaia di abitanti, ma che attraverso i festival riescono ad attirare numeri equivalenti alla popolazione stessa. È un dato molto significativo».

Sostenibilità, accessibilità e tecnologia sono temi sempre più centrali. Come li affrontate?

«Siamo ancora abbastanza analogici, perché restiamo legati a valori molto fisici. L’esperienza live è profondamente analogica e continuiamo a crederci molto. Naturalmente utilizziamo tutti gli strumenti che aiutano la realizzazione degli eventi. La promozione digitale è imprescindibile. Ci stiamo avvicinando all’utilizzo dell’intelligenza artificiale per la progettazione e per alcuni aspetti amministrativi, ma non per la parte creativa, che preferiamo sviluppare internamente. Tutta la gestione del ticketing e del food & beverage è ormai digitalizzata, consentendo maggiore rapidità, meno code e un minore utilizzo della carta. Sul fronte della sostenibilità facciamo tutto ciò che è possibile per ridurre l’impatto. Quando si gestiscono decine di migliaia di persone non è possibile eliminarlo del tutto, ma si può attenuarlo. Abbiamo scelto attrezzature a basso consumo, tecnologia LED e partner che, quando possibile, garantiscono energia proveniente da fonti rinnovabili. Sul fronte dei rifiuti promuoviamo la raccolta differenziata e utilizziamo materiali biodegradabili oppure completamente riciclabili. In alcune situazioni collaboriamo con consorzi che mettono a disposizione punti di distribuzione gratuita dell’acqua. In altre adottiamo bicchieri riutilizzabili o riciclabili per ridurre il consumo di materiali. Ad Asti Musica, ad esempio, abbiamo scelto un partner che distribuisce un’acqua collegata a un progetto benefico per la realizzazione di pozzi in Africa. In quel caso non si parla soltanto di sostenibilità ambientale, ma anche di impatto sociale».

L’Italia ha raggiunto i livelli delle migliori esperienze internazionali oppure esiste ancora un divario?

«Lavoro in questo settore da trent’anni e posso dire che fino a quattro o cinque anni fa, più o meno fino al periodo del Covid, era ricorrente l’idea che il sistema Italia non fosse in grado di attrarre determinati artisti internazionali o di realizzare eventi di certe dimensioni. Quel paradigma si è definitivamente interrotto. Negli ultimi anni l’Italia ha dimostrato, grazie sia ai grandi operatori sia agli indipendenti, di poter organizzare eventi di qualsiasi portata. In passato arrivare a San Siro sembrava quasi un’eccezione. Oggi registriamo dati che rappresentano veri record a livello internazionale. Penso, per esempio, al concerto di Vasco Rossi a Modena Park, che superò i 200mila spettatori e rappresentò un risultato straordinario anche rispetto a nazioni storicamente più forti della nostra sul fronte della musica dal vivo. Situazioni analoghe si sono ripetute in più occasioni. Dal punto di vista dei grandi eventi l’Italia è ormai allineata alle altre nazioni ed è in grado di ospitare manifestazioni di qualsiasi dimensione. L’unico aspetto sul quale siamo ancora meno forti riguarda il modello dei grandi festival multipalco e multigiorno. Esistono esperienze meritorie, soprattutto nell’ambito della musica elettronica, come il Kappa FuturFestival, che cercano di costruire un’esperienza complessiva e di trattenere il pubblico per più giorni. Tuttavia siamo ancora lontani dai numeri dei grandi festival internazionali come Glastonbury. Evidentemente quel modello non appartiene ancora pienamente al nostro sistema. Forse arriverà in futuro, come è accaduto per gli stadi e le grandi arene. In ogni caso l’Italia oggi è assolutamente viva dal punto di vista dello spettacolo dal vivo. Certo, questa crescita ha avuto anche effetti negativi sul mondo indipendente, che sta cercando di differenziarsi offrendo esperienze sempre più caratteristiche e specifiche».

Quali sono i prossimi obiettivi personali e quelli della struttura che dirige?

«Avendo raggiunto i cinquant’anni, il mio obiettivo principale è consolidare quanto costruito finora e offrire continuità ai tanti giovani che fanno parte della nostra struttura. È un settore che richiede grande professionalità. Non ho particolari ambizioni di carriera, perché questa rappresenta la mia dimensione ideale. Mi è stato proposto più volte di organizzare concerti negli stadi, ma non me la sono sentita. Mi piacciono le cose a misura d’uomo e di territorio. Se si presenteranno occasioni in altri contesti dove la nostra professionalità potrà essere utile, le coglieremo con piacere. Ma se riusciremo a mantenere e far crescere tutte le realtà che oggi seguiamo, attirando artisti sempre più importanti, facendo crescere lo staff e creando lavoro, sarò soddisfatto. Oggi è sempre più difficile trovare giovani che comprendano lo sforzo e il sacrificio richiesti da questo mestiere. È un lavoro che non concede orari, pause o vacanze. Si è costantemente connessi a ciò che accade. Tuttavia, se si appartiene davvero a questo mondo, è difficile trovare un’attività che dia una soddisfazione maggiore. Per noi è importante garantire questa soddisfazione anche a chi lavora con noi. Il nostro compito è generare felicità: per il pubblico che partecipa agli eventi e per le persone che contribuiscono a realizzarli».

Lo stadio resta quindi una dimensione che sente distante?

«Sì. Ho una natura molto accentratore e faccio fatica a delegare completamente. Un’organizzazione da stadio richiede una struttura gerarchica molto articolata. Io ho bisogno di avere una visione complessiva e una supervisione diretta. Naturalmente delego, altrimenti sarebbe impossibile gestire più festival contemporaneamente, ma quella dimensione non mi appartiene. E non soltanto dal punto di vista organizzativo. Anche artisticamente continuo a pensare che l’esperienza migliore sia quella in cui si riesce ancora a vedere l’artista con i propri occhi e a sentire il suono uscire direttamente dagli strumenti. Più ci si allontana da quel punto, più l’esperienza diventa indiretta. Questo non significa che non apprezzi gli stadi o le grandi arene. Anch’io seguo artisti che possono esibirsi soltanto in contesti di quel tipo. Tuttavia considero quella un’esperienza diversa: si vive soprattutto il fatto di essere presenti, insieme agli altri fan, più che godersi pienamente lo spettacolo. Credo che il cambiamento degli ultimi anni sia proprio questo: essere parte di un evento piuttosto che limitarsi ad assistervi. Non è una critica né un giudizio. È semplicemente un cambiamento di aspettative e di prospettiva».