Extera, l’innovazione non è una tecnologia, è la scelta del modo di lavorare
Dall’AI alla capacità di mettere in discussione processi, competenze e modelli organizzativi: dopo il rebranding e il riposizionamento avviato dall’inizio dell’anno, l’azienda ha rilanciato il tema dell’innovazione con gli Innovation Days, due giornate dedicate alla sperimentazione e alla costruzione di nuovi progetti. Un’occasione per capire perché, in un mercato che accelera senza sosta, innovare significhi prima di tutto trovare il tempo per fermarsi e pensare. Ne parliamo con il CEO Simon Marussi
Simon Marussi
C'è un paradosso nell'innovazione contemporanea: per stare al passo, qualche volta bisogna fermarsi. Mentre il mercato accelera, le tecnologie si moltiplicano e l'intelligenza artificiale entra con una velocità impressionante nei processi quotidiani, il rischio è confondere il movimento con il cambiamento, l'adozione di uno strumento con la capacità di innovare davvero.
Per un'azienda che lavora nel digitale, la questione è ancora più evidente: non basta inseguire la tecnologia del momento, perché ciò che oggi appare nuovo può diventare ordinario nel giro di pochi mesi. Lo sanno bene dalle parti di Extera, realtà che dall'inizio dell'anno ha avviato un processo di riposizionamento accompagnato da un rebranding e da una riflessione più ampia sul proprio ruolo nei confronti dei clienti. Un percorso nel quale l'innovazione non viene considerata come una funzione separata o come una prerogativa degli specialisti, ma come una dimensione trasversale dell'organizzazione.
La riflessione ha trovato una traduzione concreta negli Innovation Days, la nuova denominazione scelta per l'iniziativa interna precedentemente chiamata Innovation Week. Alla fine di agosto, per due giornate, l'azienda ha chiuso gli uffici e sospeso le normali attività per lasciare spazio alla sperimentazione: persone con competenze diverse, progetti proposti dai team, idee da verificare e trasformare in qualcosa di concretamente realizzabile.
Il risultato sono stati nove progetti selezionati tra le proposte emerse, ai quali si sono aggiunti altri quattro rimasti nel bacino delle candidature. Gli ambiti sono stati diversi: ricerca e sviluppo, ottimizzazione dei processi, nuovi prodotti, programmazione e piattaforme, marketing e digital marketing, fino a un progetto formativo dedicato alla user experience. L'AI ha avuto un ruolo importante, anche grazie a punteggi aggiuntivi assegnati ai progetti che ne prevedevano l'utilizzo, ma senza diventare il fine dell'iniziativa. Anzi, è proprio qui che emerge uno degli aspetti più interessanti della riflessione di Extera: l'AI è uno strumento, non l'innovazione in sé.
Di questo e di altro parliamo con Simon Marussi, CEO di Extera.
Innovation Days: avete dedicato alcuni giorni a mettervi in gioco in prima persona. Perché avete sentito l'esigenza di farlo, in un mercato che sembra correre sempre più veloce e in una realtà che viaggia ormai a una velocità quasi supersonica?
«In realtà non si tratta di un'esigenza nata soltanto in questo momento. Volevamo da tempo ripetere un'esperienza che avevamo già realizzato negli anni passati. Abbiamo deciso di riproporla per diversi motivi e abbiamo scelto la fine di agosto perché la maggior parte delle aziende è ancora con la testa in vacanza. Potevamo quindi permetterci di fermarci e dedicarci completamente al tema, tanto che abbiamo chiuso fisicamente gli uffici. La segreteria rispondeva: "Siamo in Innovation Days". Il mercato corre e, proprio per questo, innovare è fondamentale. Vorremmo farlo continuamente: se fosse possibile, organizzeremmo iniziative di questo tipo anche una volta al mese. Inoltre, gli Innovation Days rappresentano un ottimo strumento di team building, perché danno una forte carica alle persone e permettono loro di mettersi in gioco, sviluppare progetti propri e lavorare in modo trasversale. È un momento creativo e molto stimolante».
Oggi, però, il termine innovazione viene associato spesso e soprattutto all'intelligenza artificiale. Quali sono gli elementi meno visibili ma più determinanti che rendono davvero innovativa un'organizzazione?
«L'AI è ormai al centro del dibattito, ma è importante ricordare che l'intelligenza artificiale è uno strumento. L'innovazione non coincide con lo strumento in sé, ma con il modo in cui viene utilizzato. A mio modo di vedere, il primo requisito fondamentale per fare innovazione è la capacità di mettere in discussione i propri processi e i propri schemi mentali. Significa chiedersi, qualunque sia l'attività che stiamo svolgendo: si può fare in modo diverso? Si può fare meglio? Si può fare in modo più efficiente ed efficace? Un altro motore dell'innovazione è la trasversalità. Non bisogna ragionare per comparti separati: non sono, per esempio, gli sviluppatori da soli a fare innovazione. È necessario metterli in relazione con altre persone del team, portatrici di competenze differenti: un designer con un copy, uno sviluppatore con un marketer. È dall'incontro tra professionalità diverse che possono emergere molti degli spunti capaci di generare innovazione. Infine, bisogna creare concretamente le condizioni per fare innovazione. Investire tempo è fondamentale. Senza uno spazio dedicato, non c'è modo di fermarsi a pensare come realizzare un'attività in maniera migliore o diversa. Darsi tempo è quindi un requisito fondamentale per innovare».
Quanto conta costruire una cultura dell'innovazione che sia condivisa? E come si traduce nel rapporto con il cliente?
«La cultura è la base, la terra sulla quale nasce l'innovazione. Senza una cultura condivisa, non c'è innovazione. Avere una sola persona che la traina mentre il resto dell'organizzazione rimane fermo, purtroppo, non funziona. Per noi tutta l'innovazione si traduce in nuove opportunità, servizi, attività di consulenza e strategie da offrire ai clienti. Il valore di questo approccio sta anche nella possibilità di presentarci ai clienti non soltanto per rispondere alle loro richieste, ma per proporre qualcosa di nuovo. È così che possiamo essere davvero consulenti e non semplici esecutori».
Come vede il futuro? Quali competenze diventeranno indispensabili per i prossimi anni?
«Parlando del futuro di Extera, vedo una richiesta crescente di partnership e una progressiva riduzione della domanda di semplice esecuzione. Questo ci porta a dover essere maggiormente coinvolti nei processi delle aziende e dei nostri clienti. Per farlo è necessaria anche una competenza trasversale sul dominio. Vedo un'evoluzione da aziende fortemente specializzate, per esempio nelle campagne Meta, ma prive di una visione complessiva della comunicazione digitale, verso realtà capaci di avere una conoscenza più ampia del dominio e dell'intera presenza digitale. L'utilizzo dell'AI è una competenza dalla quale non si può prescindere. Ribadisco, però, che l'AI è uno strumento, seppure preziosissimo: permette di liberare ore e di svolgere molte attività più rapidamente, creando tempo da dedicare alla strategia. Servono inoltre adattamento e reattività. Se ci fermiamo, se siamo troppo lenti nel reagire e nell'adattarci, diventa difficile affrontare le nuove esigenze del mercato e dei tempi».
Torniamo agli Innovation Days: quanti e quali progetti sono stati presentati e quali risultati concreti ne sono usciti?
«I risultati sono stati molto positivi e ci hanno dato grande soddisfazione. In totale sono stati presentati nove progetti. L'iter prevede che, nei giorni precedenti agli Innovation Days, le persone di Extera presentino e candidino i propri progetti, indicando anche il team che dovrebbe occuparsene. Una commissione valuta quindi le proposte e decide quali possono proseguire e quali no. I progetti scartati perché non convincenti sono stati pochissimi, mentre quelli approvati sono stati numerosi. Alla fine abbiamo dovuto effettuare una selezione e sono stati scelti nove progetti, mentre altri quattro sono rimasti nel bacino delle proposte. Ora stiamo definendo il piano per portarli alla realtà. Durante i due giorni di Innovation Days i progetti hanno preso il via, ma non sono ancora completi: devono essere messi a terra. Inoltre, iniziative di questo tipo hanno spesso un'evoluzione nel tempo».
Quali sono gli ambiti nei quali si è inciso maggiormente?
«Avevamo previsto punteggi aggiuntivi per l'utilizzo dell'AI e, di conseguenza, ci siamo spinti molto anche nell'impiego dell'intelligenza artificiale nei processi di creazione. Alcuni progetti, come è naturale, hanno riguardato la ricerca e sviluppo, altri l'ottimizzazione dei processi e altri ancora la realizzazione di nuovi prodotti. Abbiamo avuto progetti particolarmente interessanti nell'area dello sviluppo, portati avanti attraverso attività di programmazione e l'utilizzo di piattaforme. Diversi progetti hanno riguardato il digital marketing. Abbiamo avuto anche un progetto formativo dedicato alla user experience che, per esempio, non ha alcuna relazione con l'AI, ma che è stato assolutamente interessante e ha coinvolto anche un team piuttosto numeroso».
Non teme un'ansia eccessiva verso l'AI, con il rischio di tralasciare altre dimensioni dell'innovazione?
«Non ho un atteggiamento ansioso nei confronti dell'AI, perché non ci proponiamo come specialisti dell'intelligenza artificiale: la utilizziamo e aiutiamo i nostri clienti a sfruttarla nel modo migliore. Per noi gli strumenti di AI devono essere soluzioni che permettono di aumentare le performance in ambiti specifici. È lì che emerge il vero vantaggio. L'AI consente di liberare tempo e ore di lavoro, permettendo di dedicarsi maggiormente alle attività strategiche. Per il momento, l'AI non svolge ancora bene la parte strategica. Non sappiamo se in futuro potrà raggiungere buone performance anche su questo versante, ma oggi non è così. Serve quindi ancora la nostra mente e, soprattutto, la capacità di utilizzare in modo efficace questi strumenti».
Quali saranno i prossimi passi per Extera?
«Portiamo avanti un riposizionamento iniziato all'inizio dell'anno e che ora stiamo consolidando. Proseguiremo lungo questa strada. Anche molti dei progetti sviluppati durante gli Innovation Days vanno esattamente in questa direzione».