L’astronave dei Pink Floyd sbarca sul pianeta Inter: la legacy musicale diventa esperienza culturale e prodotto globale
Dalla celebrazione di “Wish You Were Here” a una capsule che unisce sport, design e memoria collettiva: la collaborazione ridefinisce il concetto di merchandising trasformandolo in racconto contemporaneo. Ne parliamo con Luca Fantacone, catalogue director Sony Music Italy, e Luca Adornato, brand & marketing director di Inter
Luca Fantacone e Luca Adornato
A cinquant’anni da “Wish You Were Here”, uno degli album più influenti della storia del rock, prende forma un progetto che supera la logica celebrativa e si muove nel territorio della cultura pop globale. L’incontro tra i Pink Floyd, FC Internazionale Milano e Sony Music Italy non si limita a una capsule collection, ma costruisce un ponte tra linguaggi diversi: musica, calcio, design e storytelling. Il cuore dell’operazione è la PFFC Collection, ispirata al Pink Floyd Football Club, squadra informale nata nei primi anni 70 durante le pause dai tour della band. Un dettaglio quasi mitologico che diventa oggi leva narrativa per reinterpretare identità e simboli in chiave contemporanea. La retro jersey, gli accessori e i prodotti speciali, tra cui il bundle con vinile blu e la t-shirt, trasformano un anniversario in esperienza tangibile, capace di coinvolgere fan storici e nuove community. In parallelo, le uscite discografiche rafforzano il racconto: il live del 1975 al Los Angeles Sports Arena, restaurato da Steven Wilson, amplia la dimensione musicale della celebrazione. In questo contesto, Sony Music Italy gioca un ruolo strategico nel valorizzare il catalogo e nel tradurre una legacy artistica in progetti rilevanti per il presente.
La collaborazione tra Pink Floyd, Inter e Sony Music Italy unisce mondi diversi: qual è stato il punto di partenza strategico per costruire un progetto così trasversale?
«Il punto di partenza strategico è stato connettere il mondo della musica con quello dello sport, e nello specifico due realtà dall’identità così distinta, intensa e forte come Pink Floyd e Inter. Progressivamente abbiamo scoperto una serie di punti di contatto che ci hanno fatto capire di essere sulla strada giusta e che l’intuizione iniziale era corretta».
“Wish You Were Here” è un album simbolico: come si traduce una legacy musicale così forte in un prodotto fisico e contemporaneo senza snaturarla?
«L’aspetto fondamentale è realizzare qualcosa che sia organicamente connesso. Nel mio lavoro ho imparato che è necessario partire sempre dalla musica, dall’ascolto e da ciò che una canzone o un album contengono. Ascoltare i brani, i testi, e da lì far nascere idee capaci di comunicare in modo più ampio ciò che racchiudono. In questi progetti, le connessioni tra brand e realtà artistiche o sportive sono tanto più efficaci quanto più autentiche e coerenti. Se si rispetta questa premessa, tutto diventa più naturale, anche gli aspetti più tecnici come lo sviluppo di loghi, colori e linguaggi».
Il Pink Floyd Football Club è un elemento poco noto della storia della band: quanto conta oggi riscoprire questi frammenti narrativi per creare nuove connessioni con il pubblico?
«È stato un elemento determinante nello sviluppo delle idee, perché ha reso possibile creare esattamente il tipo di legame che cercavamo. È come se i Pink Floyd lo avessero fatto apposta, anche se inconsapevolmente: è stato lo spunto fondamentale per costruire la narrativa. Nel contesto attuale, la narrativa è fondamentale, a volte persino troppo, al punto da rischiare di sostituire il contenuto. In questo caso, però, partivamo da contenuti fortissimi: l’identità di una band e di una squadra, il loro seguito e una community internazionale per entrambe. Non c’era bisogno di inventare una narrativa artificiale, ma di costruirne una coerente con il DNA dei due brand, capace di rappresentarli insieme in modo autentico. E, in questo senso, l’occasione è arrivata proprio dai Pink Floyd».
In che modo progetti come questo ridefiniscono il ruolo del catalogo musicale, da archivio del passato a leva attiva di innovazione e business?
«Attraverso la volontà di intercettare nuovi pubblici, che possono arrivare da ambiti interni, esterni o limitrofi alla musica. Il punto di partenza e l’obiettivo finale restano sempre gli stessi: valorizzare il catalogo. Non si tratta di creare valore artificiale, ma di far emergere quello già presente, anche attraverso connessioni con altri mondi, come quello sportivo. L’obiettivo è parlare a pubblici diversi, coinvolgendoli con una narrazione chiara, capace di unire in modo naturale realtà apparentemente lontane come una squadra di calcio e una band».
Il coinvolgimento di community diverse, fan della musica, tifosi, appassionati di lifestyle, è centrale: come cambia il modo di progettare e comunicare iniziative di questo tipo?
«Cambia molto, soprattutto per quanto riguarda gli strumenti di comunicazione, in particolare quelli digitali. Gestire quotidianamente questi canali significa sapere che non esiste una formula unica: è fondamentale sperimentare, unire linguaggi, sensibilità e codici diversi, come in questo caso. Il mondo del calcio e quello della musica hanno identità forti e regole di ingaggio differenti, ma anche molte affinità. È quindi essenziale capire cosa si vuole raccontare e come farlo in modo efficace per pubblici diversi. Di conseguenza, i contenuti devono essere definiti con grande attenzione ai dettagli. Nel caso dei Pink Floyd, che hanno fatto del linguaggio visivo e comunicativo un elemento distintivo, era fondamentale raccontare questa storia in modo impeccabile fin dal primo momento, a partire dal kick-off avvenuto nella prima metà di gennaio in occasione della partita Inter-Arsenal. Come Sony Music abbiamo realizzato diversi progetti simili: oltre a questo, possiamo citare la collaborazione tra la AS Roma e la musica di Antonello Venditti. Sono iniziative che permettono di raccontare musica e sport in modo nuovo, rafforzando il senso di identità, elemento fondamentale in entrambi i mondi».
Un altro tassello nel muro delle vittorie: Inter tra sport e pop
Nel calcio contemporaneo, il campo non è più l’unico luogo in cui si gioca la partita del valore. I grandi club si muovono come piattaforme culturali, capaci di intrecciare sport, musica e intrattenimento per costruire narrazioni globali. In questo scenario si inserisce la collaborazione tra Inter e Pink Floyd, un progetto che affonda le radici nella storia ma guarda a pubblici nuovi. Le parole di Luca Adornato, brand and marketing director del club nerazzurro.
L’Inter negli ultimi anni ha accelerato il dialogo con mondi come musica, entertainment e cultura pop: come si inserisce questa collaborazione con i Pink Floyd nella vostra strategia di brand globale?
«Stiamo lavorando per consolidare una traiettoria di crescita e valorizzazione del brand, che parta dalla nostra essenza e dal nostro DNA e che, attraverso attività dirette e collaborazioni, ci possa permettere di ampliare la nostra rilevanza in nuove geografie e su nuovi target in maniera autentica e distintiva. Il calcio è una delle massime espressioni della pop culture intesa nella sua accezione più positiva e che, come altre forme di intrattenimento, ha alla base un elemento potentissimo come la passione. Non importa che essa sia rivolta verso una squadra, un giocatore o una band, l’elemento trainante è lo stesso. La collaborazione con i Pink Floyd si inserisce perfettamente in questo percorso perché parte da un elemento autentico, la squadra di calcio che la band era solita riunire nelle pause dei tour, attorno al quale abbiamo cercato di costruire uno storytelling originale, che potesse avere la forza di abbracciare più mondi in maniera consistente e rilevante».
La PFFC Collection trasforma un elemento storico e di nicchia in un prodotto contemporaneo: quanto è importante per l’Inter lavorare su storytelling e contaminazioni culturali per coinvolgere pubblici che vanno oltre il tifo calcistico?
«È essenziale. Nel contesto competitivo attuale riuscire ad intercettare audience diverse è vitale per un brand come il nostro per poter abilitare una crescita a livello globale. Le collaborazioni o contaminazioni, se autentiche e non artificiali, possono essere uno strumento potentissimo per riuscirci. Per noi è quindi molto importante continuare ad esplorare queste opportunità, sapendo però che per essere ancora più credibili ed efficaci dovremo farlo nel rispetto e nella salvaguardia del rapporto con la nostra audience più fedele e appassionata».