Nuova direttiva sul Copyright: il Parlamento Europeo vota contro, se ne riparlerà a settembre
La riforma che ha raccolto tanti consensi quanti dissensi - anche tra gli stessi editori - è stata discussa ieri ed è stata bocciata. Ma il testo tornerà sotto esame dopo l’estate e verrà votato di nuovo nella prossima sessione plenaria che si terrà durante il prossimo settembre
Dopo il GDPR e prima della nuova legge europea sull’ePrivacy, un’altra minaccia incombe sulla industry del digitale: la nuova direttiva sul copyright. In realtà non è così semplice prendere una posizione sull’argomento, tanto che lo stesso Parlamento italiano si è spaccato in due fazioni. Una, comprensiva di Lega Nord e M5S, che inquadra la riforma come un “bavaglio per la libertà di stampa”, l’altra, capeggiata dal PD, che invece evidenzia una maggiore equità del web e i conseguenti vantaggi di cui godranno gli editori. Gli animi sono accesi, e ieri è stata proclamata l’attesa decisione del Parlamento Europeo riguardo all’avvio dei negoziati tra Parlamento, Consiglio e Commissione UE sulla proposta della riforma. Ma facciamo un passo indietro.
La teoria
La direttiva sul copyright in vigore attualmente risale al 2001, quando internet era molto più lento, molto meno diffuso e decisamente più spoglio di contenuti. Facebook ai tempi non era nemmeno un’idea. I tempi sono cambiati e gli editori, riversatisi su internet, si trovano indifesi - con il demerito di non esser stati in grado di armarsi - davanti ai giganti digitali, capaci di creare piattaforme e di trasformarle in strumenti necessari agli stessi editori per ampliare la loro readership. Allo stesso tempo, queste piattaforme prive di contenuti hanno fatto dei contenuti degli altri il loro driver di interesse. Rendendosi così veleno e medicina per gli editori, risparmiandosi la spesa per la produzione di contenuti ma intascandosi buona parte dei guadagni provenienti dai contenuti di altri. La direttiva entra a gamba tesa proprio su questa dinamica, proponendo il riconoscimento di un’estensione dei diritti sulla proprietà intellettuale, in modo da ripartire le risorse dei giganti con gli editori, in sempre più evidente difficoltà.
La pratica
Gli articoli che rappresentano questa scelta sono principalmente due. L’articolo 11, soprannominato “link tax”, si propone di riconoscere la proprietà intellettuale del lavoro giornalistico, imponendo agli aggregatori di contenuti e alle grandi piattaforme la retribuzione di un compenso al publisher produttore del contenuto. Dunque, il pagamento sarà obbligatorio sia in caso di indicizzazione dell’articolo sia quando ne verrà proposta un’anteprima (snippet). Da questi obblighi sembrano essere esclusi (sebbene il passaggio non sia chiarissimo) i servizi che non agiscono per scopi commerciali, come Wikipedia, Dropbox e i software in open source. I discordi riconoscono l’articolo come un vantaggio per i grandi editori, indicandoli come le più probabili fonti di contenuti con cui i giganti scenderanno a patti, escludendo così tutte le piccole testate. L’articolo 13, invece, introduce agli stessi soggetti dell’articolo 11 l’obbligo di verificare ex ante - ovvero prima della pubblicazione - che il contenuto non violi le leggi sul diritto d’autore, e in caso negativo di impedirne la pubblicazione. A causa dell’enorme mole di contenuti caricati, le piattaforme avranno bisogno di algoritmi capaci di verificare e filtrare ogni articolo. L’inserimento di un elemento di tutela ex ante - dopo tutti gli errori e le scuse, figli del metodo ex post, provenienti dagli OTT negli ultimi anni - può essere visto come un buon segnale, ma i grandi critici dell’articolo, tra cui Tim Berners-Lee e il cofondatore di Wikipedia Jimmy Wales, dicono: “Invece di colpire le grandi piattaforme americane, che si possono permettere la spesa di tecnologie del genere, il peso dell’articolo 13 ricadrà soprattutto sui loro concorrenti, incluse le startup europee”.
La decisione
Durante la plenaria del Parlamento europeo di ieri è arrivata la prima indicazione sul pensiero degli eurodeputati. E questo è negativo. La commissione competente ha votato in modo eloquente contro l’avvio dei negoziati fra Parlamento, Consiglio e Commissione Ue (318 contro, 278 a favore, 31 astenuti), e dunque per ora è un niente di fatto. Ma il testo tornerà sotto esame dopo l’estate e verrà votato ancora nella prossima sessione plenaria del Parlamento europeo di settembre.
Gli editori: pareri spaccati
La direttiva non mette d’accordo nessuno, nemmeno gli stessi editori. Se l’Associazione Nazionale della Stampa Online (ANSO), ha espresso la sua contentezza per la decisione, l’Associazione Italiana Editori parla di una grande occasione mancata. “Quando abbiamo iniziato questa nostra battaglia - spiega Matteo Rainisio, vicepresidente di ANSO - eravamo osteggiati da tutti, ma non ci siamo fermati davanti alle grandi lobby e al peso della Commissione Europea. Come Davide contro Golia abbiamo continuato a far sentire la nostra voce e non ci siamo mai fermati nemmeno dopo il voto in commissione. Oggi per noi piccoli editori è un giorno di festa: internet è ancora libero e i link sono salvi”. “A nome di tutti gli editori nativi digitali, ANSO ringrazia tutti gli europarlamentari italiani che hanno votato contro la direttiva e in particolare la decisione di esponenti di spicco dell’attuale governo per essersi schierati apertamente contro la volontà della commissione europea”, aggiunge Rainisio. “Il diritto d’autore è libertà - ha commentato invece il presidente dell’AIE Ricardo Franco Levi -. Con la votazione di oggi non si è affermata la sua funzione: da domani il web sarà meno libero, così come lo sarà anche la società europea. Si tratta di una sconfitta culturale, ancor prima che politica”. “Le multinazionali del web, che non vogliono assumere alcuna responsabilità, né sociale, né in difesa della libertà di espressione, né legale per le violazioni dei diritti degli autori europei, hanno voluto frenare un miglioramento che avrebbe aiutato tutta l’industria culturale. È paradossale che proprio queste grandi imprese si siano opposte alla modernizzazione del diritto d’autore. Hanno vinto le pressioni a difesa di un modello di rete costituito da poche imprese che, acquisita una posizione dominante, la sfruttano a danno delle imprese creative, degli operatori minori del mondo digitale e anche dei consumatori. Ora si apre un percorso accidentato - ha concluso il presidente AIE - A settembre il Parlamento europeo dovrà approvare un nuovo testo. Ci attiveremo per evitare che il voto di oggi non comprometta l’intero processo”.
Riffeser Monti
Il Presidente della FIEG, Andrea Riffeser Monti, ha invece dichiarato: “Oggi prendiamo atto di un voto che ha rallentato un iter legislativo molto importante in materia. Dietro questo passaggio procedurale, su cui si auspica un’inversione di rotta dei Parlamentari europei in occasione della prossima votazione in settembre, si cela il pericolo di veder prevalere, nella società civile e tra i nostri rappresentanti politici, orientamenti suscettibili di danneggiare non solo le nostre imprese, che investono da tempo ingenti risorse per favorire lo sviluppo di un modello sostenibile per l’editoria nel digitale, ma anche le professionalità e le competenze dei giornalisti e di quanti - con i loro mezzi, i loro talenti e anche in situazioni di rischio e pericolo - sono direttamente impiegati nel rinnovamento del settore.”