Autore: Davide Sechi
16/03/2026

Quando il cinema incontra l’AI: così NNZN Studios trasforma i video aziendali in storie da film

Una casa di produzione fondata a Varese integra linguaggio cinematografico e intelligenza artificiale per rendere possibili narrazioni visive prima troppo complesse o costose per i brand. Ne parliamo con il co-founder Luca Macaluso

Quando il cinema incontra l’AI: così NNZN Studios trasforma i video aziendali in storie da film

Luca Macaluso

Nel panorama della comunicazione digitale il video domina, ma la quantità spesso supera la qualità narrativa. I brand producono contenuti in modo continuo, mentre piattaforme e social alimentano un flusso visivo sempre più rapido e uniforme. In questo scenario cresce la ricerca di nuovi linguaggi capaci di distinguersi e creare coinvolgimento reale. Nasce da qui NNZN Studios, casa di produzione che unisce tecniche cinematografiche e intelligenza artificiale per trasformare i video aziendali in racconti visivi ad alto impatto emotivo. Un approccio che amplia le possibilità creative e riduce i limiti produttivi tradizionali. Ne parliamo con il co-founder Luca Macaluso (ospite di DailyOnAir - The Sound Of Adv).

Come nasce l’idea di creare una casa di produzione con un’impostazione diversa dal solito e quale esigenza del mercato avete percepito all’inizio?

«È stato un processo molto naturale, non qualcosa di studiato a tavolino. Il nostro linguaggio è più una conseguenza che una causa. Il cinema, lo studio delle immagini e la composizione nascono per rispondere a un’esigenza di comunicazione, non il contrario. È stato quindi spontaneo passare dal realizzare immagini o video “belli” al creare video che trasmettano davvero qualcosa. All’inizio è stata soprattutto un’esplorazione: un periodo di test degli strumenti per capirne le potenzialità. Nei primi mesi l’obiettivo era realizzare spot che ricalcassero in parte il modello dello spot tradizionale. Poi abbiamo capito che quella ricerca apriva possibilità molto più profonde. Questi strumenti potevano permettere a persone e aziende di comunicare molto più di un semplice prodotto. Attraverso l’uso della luce, delle inquadrature, della composizione e della scelta delle immagini abbiamo iniziato a lavorare su un racconto più ampio. In questo senso credo che abbiamo fatto un passo avanti».

Il video è un formato dominante, ma per qualcuno rischia di diventare ripetitivo e standardizzato. Come riportare al centro la dimensione narrativa? E che ruolo ha l’intelligenza artificiale?

«Il rischio di standardizzazione esiste, ma non credo che la causa sia l’intelligenza artificiale. È un processo che parte da molto più lontano e che riflette spesso la cultura aziendale. Quando un’azienda parte da valori chiari e da una visione precisa di ciò che vuole comunicare diventa più facile creare qualcosa di originale. La standardizzazione nasce quando mancano idee e identità: in quel caso si finisce per replicare, copiare, fare comunicazione in copia e incolla. Il problema quindi non è lo strumento, ma il modo in cui viene utilizzato».

Non dipende anche dalla velocità con cui il mercato chiede contenuti?

«Sì, certamente. La pressione e la fretta del mercato possono portare verso soluzioni più standardizzate. Negli ultimi tempi noto però anche un altro fenomeno, che invece è legato proprio all’intelligenza artificiale: la difficoltà di scegliere. Oggi è possibile proporre a un cliente migliaia di immagini, infinite varianti di storyboard o modi diversi di raccontare la stessa storia. Questa abbondanza di possibilità può generare una sorta di paralisi decisionale. Paradossalmente, avere troppe opzioni rende più difficile individuare la direzione giusta».

Come utilizzate l’intelligenza artificiale nel vostro lavoro? Per ridurre i costi o per potenziare la creatività?

«Direi soprattutto la seconda. Anzi, in alcuni casi siamo i primi a sconsigliare l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Se un progetto richiede interviste, riprese reali o location legate all’identità dell’azienda, come negozi, spazi produttivi o ambienti autentici, preferiamo affidarci alla ripresa tradizionale e al lavoro dei videomaker. L’obiettivo non è replicare la realtà artificialmente, ma usare questi strumenti quando servono davvero al racconto. L’intelligenza artificiale, per noi, è un modo per potenziare la creatività e dare più forza alla storia».

Oggi lavorate soprattutto come partner creativo e produttivo per agenzie di marketing e comunicazione. In quali settori collaborate di più e quali sviluppi immaginate?

«I settori più ricettivi sono quelli che già hanno una forte cultura dell’immagine e del video, come beauty e fashion. Detto questo, oggi anche ambiti più tradizionali, dal manifatturiero all’artigianato, riescono ad accedere a questi strumenti e iniziano a utilizzarli per raccontarsi. Per il futuro abbiamo però un obiettivo molto preciso: lasciare gradualmente il terreno delle produzioni online per social e siti web e spostarci verso una dimensione più offline. Vogliamo creare contenuti che favoriscano la connessione tra le persone, video ed esperienze che possano essere vissuti insieme e che generino incontri e relazioni reali».

Il vostro lavoro resta soprattutto nazionale o guardate anche all’estero?

«In questo momento lavoriamo principalmente sul mercato nazionale, ma uno degli obiettivi dei prossimi mesi è aprirci al mercato internazionale. Non è solo una questione economica: c’è il desiderio di confrontarsi con altri modi di lavorare e con culture diverse. Nel campo creativo questo scambio è fondamentale, perché lavorare con contesti culturali differenti stimola nuove idee e nuove sfide».

Come immaginate l’evoluzione del rapporto tra video, intelligenza artificiale e comunicazione nei prossimi anni?

«È difficile fare previsioni perché tutto evolve a una velocità impressionante. Quello su cui vogliamo concentrarci è proprio la dimensione offline. Nel mondo online la concorrenza è già enorme e continuerà a crescere, con aziende molto strutturate che occuperanno gran parte di quel mercato. La nostra scelta però non nasce solo da una valutazione strategica: è anche una visione. Vogliamo creare contenuti ed esperienze che abbiano un valore per la società e non soltanto rispondere a una domanda di mercato».

Quindi l’obiettivo è creare qualcosa di utile, soprattutto per le nuove generazioni. In questo senso è quasi paradossale che una struttura così innovativa scelga di puntare sull’offline. È anche un messaggio forte, quasi dirompente?

«Sì, sicuramente. Sono d’accordo sul fatto che possa sembrare un paradosso. Allo stesso tempo, con il tempo, e anche sbagliando, ci siamo resi conto che è proprio ciò che ci motiva di più. È la direzione che sentiamo più nostra e per questo oggi siamo contenti di fare questa scelta: uscire dal solo spazio digitale e creare esperienze che favoriscano un incontro reale tra le persone».