Autore: Davide Sechi
27/03/2026

Dreel Holding Live Entertainment: quando il bello incontra la concretezza e ridefinisce la live communication

Una partnership strategica con Digital Design Days, una visione ibrida tra evento, contenuto e relazione, un posizionamento in un mercato in forte espansione e, sullo sfondo, un’estate ricca di musica e sport: ne parliamo con il founder Davide Bertagnon

Dreel Holding Live Entertainment: quando il bello incontra  la concretezza e ridefinisce la live communication

Davide Bertagnon

Nel panorama della live communication prende forma una nuova realtà destinata a lasciare il segno: Dreel Holding Live Entertainment, factory hub fondata da Davide Bertagnon, che punta a costruire un ecosistema capace di integrare contenuti, relazioni e innovazione. Il debutto strategico passa dalla partnership esclusiva con Digital Design Days, evento internazionale di riferimento per design e creatività digitale, in scena dal 7 al 9 maggio, che nel 2026 celebra il suo decimo anniversario a Milano. Un’alleanza triennale che non si limita alla produzione di eventi, ma ambisce a trasformare DDD in una piattaforma ibrida ad alto valore per brand e community. In un contesto in cui AI e tecnologie emergenti stanno ridefinendo linguaggi, processi e modelli di business, Dreel si posiziona come abilitatore di nuove esperienze e connessioni. Tra visione imprenditoriale, sviluppo strategico e nuove opportunità nel mercato globale della live communication, il progetto si inserisce in un momento di grande fermento per l’intero settore. Ne parliamo con il founder Davide Bertagnon.

Partiamo dall’inizio: che bisogno di mercato avete intercettato e con quale visione avete costruito Dreel?

«Dreel nasce in modo molto particolare. Nasce perché mia figlia, 11 anni, mi chiede come mai continuassi a vincere premi, più di 50, lavorando sempre per altri. Mi dice: “Papà, tu sei bravo, perché non lo fai tu?”. Sono stato costretto, diciamo così, da mia figlia a diventare imprenditore a 51 anni, dopo 27 anni di multinazionali. Da lì ho fatto una riflessione molto semplice: io so fare tre o quattro cose, non tutto. Ma quelle cose le so fare bene, e in due penso di essere tra i più competenti. Arrivo da esperienze importanti: Dentsu, allora Carat, poi WPP, prima ancora Milan Calcio, Pricewaterhouse e altre realtà. Ho avuto la fortuna di formarmi in grandi gruppi, con metodo, disciplina, regole. Dopo WPP una parentesi in Synapse, poi la spinta definitiva. Mia figlia mi dice anche: “Adesso io sono la tua CEO, le decisioni importanti le prendi con me”. E devo dire che su due o tre cose ci ha sempre preso. Dreel è l’acronimo dei miei figli: Davide, Rebecca, Edoardo e Lorenzo. E la stella nel logo è la stella polare che ha voluto mia figlia: “Ti guiderà anche quando ti perderai”. Da lì siamo partiti con un’idea chiara: non fare tutto, ma fare bene quello che sappiamo fare. Non voglio essere un’agenzia. Ce ne sono già tante. Voglio essere una non agenzia, un incubatore di talenti. Il nostro mondo è il live entertainment, che non è solo musica: è design, cultura, sport, sociale, charity. Io sono conosciuto per i festival, ma non faccio solo quello. Porto dentro i miei contenuti, i miei contratti, i miei asset. Se vuoi quel contenuto, o vai dal promoter, se ti ascolta, oppure vieni da me. Ho iniziato a lavorare sui format proprietari già nel 2015, con il cubo in Darsena durante Expo. Se il contenuto è tuo, elimini la competizione. È come un orologio di lusso: un Patek Philippe lo compri in un posto preciso. Per me la chiave è l’unicità e la ricerca del bello. Quando vivi qualcosa di bello, un piatto, un viaggio, un evento, te lo ricordi. E lo racconti. Io non voglio fare tante cose fatte peggio. Voglio fare meno cose, ma memorabili. E poi c’è il tema del live: l’emozione vera non è digitalizzabile. Puoi provarci, ma non è la stessa cosa. Noi vendiamo emozioni. E quelle vanno vissute».

Quindi non crede nel mix tra fisico e digitale?

«Ci credo, il mix esiste. Ma va capito. Il digitale è uno strumento, come l’intelligenza artificiale. Se lo sai usare, ti aiuta. Se non lo sai usare, spegni il cervello. Io vedo chart fatte con l’AI che non sono neanche lette da chi le presenta. Questo non va bene. Il digitale serve, ma l’emozione vera nasce dal vivo. Quando senti Bocelli che canta o Lady Gaga o vedi Bolle che balla, quella cosa lì non la digitalizzi. Il nostro mondo resta legato alle emozioni».

Parliamo della partnership con i Digital Design Days: quali sono gli obiettivi?

«Sono rimasto colpito dalla qualità della manifestazione. Poi ho avuto l’opportunità di incontrare Filippo Spiezia, che è il founder, un genio, un ragazzo pescarese dalle mille sfaccettature, che però si scontrava con un mercato in cui la qualità dei contenuti e degli speaker, che sono il gotha mondiale, difficilmente si sposava con una sostenibilità economica. Allora gli ho proposto un deal: io mi occupo di rendere l’evento sostenibile, tu occupati dei contenuti. È quello che stiamo facendo. Quest’anno faremo un evento stratosferico, il panel degli speaker è incredibile come contenuti e a questo aggiungiamo la sostenibilità. Abbiamo chiuso media partnership con Radio Italia, che ci dà visibilità radio, web e presenza. Stiamo lavorando con Futura Management di Valentina Camarata e altre partnership importanti, anche nel mondo automotive. Abbiamo già chiuso sponsorizzazioni come Pricewaterhouse e altre sono in firma. L’obiettivo è mantenere la qualità e portare una sostenibilità economica degna di quei contenuti».

Perché scegliere proprio questo asset come primo grande progetto?

«È una scelta precisa di posizionamento. Non sono solo quello della musica. Sono anche quello della musica, ma faccio anche altro. È una scelta voluta per cambiare il percepito, per dimostrare che le competenze si possono applicare anche ad altri mondi. Un evento è un evento: si basa su unicità e bellezza».

Quali vantaggi offre la vostra piattaforma ai brand?

«La piattaforma ibrida è un moltiplicatore. Ti permette di avere una base fisica di mille, duemila, tremila persone, ma grazie al digitale puoi arrivare a dieci o venti volte tanto. Non possiamo farne a meno, dobbiamo usarlo per le sue capacità. Come l’intelligenza artificiale: va usata bene, senza spegnere il cervello. Con contenuti forti costruisci un ecosistema: media, social, influencer, sponsor. Il brand non compra solo visibilità, compra posizionamento, continuità e accesso a qualcosa di unico».

Quali trend stanno ridefinendo il settore?

«Il primo è la crescita del live, soprattutto nella musica. Dopo il Covid abbiamo visto un aumento degli show del 40%. Il ticket medio supera i 100 euro tra biglietto, food, beverage e parcheggio. Le persone vogliono regalarsi due ore di emozione. Il secondo è lo sport come entertainment: dobbiamo creare eventi come il Super Bowl, dove conta lo show oltre alla competizione. Il terzo è l’ibridazione intelligente: il digitale come amplificatore. Ma alla fine torniamo sempre al bello: se non crei qualcosa che resta, non funziona».

Guardiamo al futuro: quali saranno le prossime tappe di sviluppo di Dreel?

«La scelta è chiara: produrre contenuti nostri o coprodurre contenuti di terzi con logiche di esclusiva. Non vogliamo essere intermediari. Quest’estate avremo 84 date tra festival e tour. I-Days e Firenze Rocks con Live Nation, con cui collaboro dal 2016. Riporteremo sul palco artisti come Foo Fighters, System of a Down, David Guetta, Florence and the Machine, Maroon 5. A Firenze The Cure, Lenny Kravitz, Salmo, Robbie Williams. Eventi sold out come Linkin Park e le doppie date di Bad Bunny. Tour come Tiziano Ferro, Cesare Cremonini, Subsonica, Tommaso Paradiso. Ma non è solo musica: ci sono i Digital Design Days, festival boutique alle Eolie e un progetto benefico molto importante. Il 26 settembre al Foro Italico faremo un evento per il Bambin Gesù per finanziare terapie intensive per bambini con leucemie fulminanti. È qualcosa che va oltre il business».

E sullo sport?

«Stiamo portando uno show che non si è mai visto prima. Il 20 giugno faremo un evento di sport da combattimento con il più grande professionista vivente di quella disciplina. Non posso dire altro, ma sarà uno show vero, non solo sport. Vogliamo creare il nostro Super Bowl: non importa solo chi sale sul ring, conta l’esperienza complessiva».

In chiusura, qual è la vostra filosofia?

«Noi siamo chiamati e pagati per creare emozioni. Quando entriamo in produzione siamo stanchi morti, ma quando si accendono le luci e il pubblico entra sorridendo, capiamo di aver fatto il nostro lavoro. Non vogliamo fare la guerra a nessuno, lo spazio c’è per chi fa cose uniche e belle. Io lo dico da quindici anni: solo cose belle. E solo cose belle vincono sempre».