Content creator, oltre i follower: Mattia Cittadino racconta come trasformare i contenuti in un vero business
Un libro illustra il mercato: dalla scelta del target all’uso dell’intelligenza artificiale, passando per strategia, monetizzazione e organizzazione del lavoro; ne parliamo con l’autore, professionista che guida creator e aziende nella costruzione di progetti digitali sostenibili e autentici
Mattia Cittadino
Nel mondo della comunicazione digitale, il content creator è diventato molto più di un semplice autore di post o video virali. Oggi costruire contenuti significa definire una visione, sviluppare una strategia, creare relazioni professionali e trasformare la propria identità online in un progetto concreto e duraturo. In un contesto sempre più competitivo, emergere richiede metodo, competenze trasversali e capacità di adattarsi a strumenti e linguaggi in continua evoluzione. È proprio da questa trasformazione che nasce ‘Content Creator. Strategie, tattiche e strumenti per iniziare da zero e avere successo’, il nuovo libro di Mattia Cittadino, content creator, fotografo e digital strategist che collabora con brand internazionali e realtà digitali (ospite di DailyOn Air - The Sound Of Adv). Nel volume, Cittadino affronta tutte le fasi della professione: dalla definizione del messaggio all’organizzazione dei workflow, fino agli aspetti fiscali, alle collaborazioni e al ruolo sempre più centrale dell’intelligenza artificiale. Con lui esploriamo il mondo della creator economy.
Qual è oggi la differenza principale tra chi crea contenuti e chi riesce a costruire un’attività solida?
«La differenza principale è avere un sistema che non dipende solo dai numeri. Se pensiamo a quello che è successo dalla pandemia in poi, tra il 2020 e il 2021, la content creation è cresciuta molto rapidamente e all’inizio c’era l’ambizione di pubblicare video, fare tanti numeri e poi collaborare con i brand. Negli anni, però, si è scoperto che questo non è l’unico sistema possibile e soprattutto che non è così solido. Basta un cambio di algoritmo o qualsiasi evento che colpisca una piattaforma perché chi punta esclusivamente alla viralità si ritrovi ad affidare il proprio valore e il proprio business a qualcosa che non può controllare. Se guardiamo a un fenomeno precedente al 2020, c’è stato quello che in gergo è stato definito “adpocalypse”: è cambiato il sistema di monetizzazione di YouTube e molti creator si sono trovati a passare da un livello di guadagno a uno drasticamente inferiore da un mese all’altro. Tutto ciò è avvenuto senza che potessero intervenire, a causa di decisioni legate alla monetizzazione e alla moderazione dei contenuti. Chi usa invece i contenuti per comunicare un business più strutturato non dipende solo da un algoritmo, ma utilizza il contenuto come mezzo e non come fine. È il concetto di creator ibrido di cui parlo nel libro: un creator che ha dietro un sistema che lavora per lui».
Quali sono i blocchi più frequenti che vedi nei creator, soprattutto agli inizi?
«Secondo me esistono due tipologie di blocchi: quelli espliciti, che i creator riconoscono e dichiarano apertamente, e quelli impliciti, che spesso non vengono percepiti ma finiscono comunque per rallentare il percorso. Tra quelli espliciti troviamo la paura del giudizio, il timore che qualcuno possa vedere il primo contenuto pubblicato e considerarlo imbarazzante. L’altro blocco molto diffuso è la mancanza di tempo: spesso si inizia questa attività mentre si svolge già un altro lavoro e quindi le ore disponibili sono poche. Però non sono gli unici ostacoli. Esistono anche blocchi più nascosti, che dal mio punto di vista coincidono con una scarsa fiducia in se stessi e con la paura di impegnarsi nel lungo periodo. Diventare creator significa esporsi, ricevere anche critiche e portare avanti un’attività non per qualche settimana, ma per mesi o anni. Alcune persone mascherano questi timori dietro la scusa della mancanza di tempo, ma se si scava più a fondo emerge spesso una difficoltà a credere nelle proprie capacità e ad assumersi un impegno costante. È un tema di cui ho parlato anche sul mio canale YouTube e so che può essere divisivo, ma continuo a pensare che esistano blocchi inconsci che devono essere portati alla luce per essere superati».
Conta di più la creatività spontanea o un metodo di lavoro strutturato?
«Dal mio punto di vista è fondamentale costruire un metodo fatto di processi e procedure. Uno dei problemi più comuni dei creator è riuscire a mantenere questa attività nel tempo. Se ci si affida soltanto all’ispirazione del momento, al “vediamo oggi che idea mi viene”, nel lungo periodo si consumano enormi quantità di energia. Bisogna invece creare un sistema che continui a funzionare anche quando si è stanchi, poco ispirati o privi di idee. Per fare un esempio concreto, io cerco di entrare sempre in modalità creator: quando mi viene un’intuizione che potrebbe trasformarsi in un contenuto la annoto subito sul telefono. Poi, quando ho un’ora libera per lavorarci, riprendo quella nota e non devo ricominciare ogni volta da zero. Avere procedure semplici ma efficaci permette di mantenere un flusso costante di lavoro e accelera enormemente il processo».
Quali sono gli errori strategici più comuni?
«Il primo è parlare a tutti. All’inizio si pensa che rivolgersi a un pubblico il più ampio possibile aumenti le possibilità di fare visualizzazioni e crescere. In realtà parlare a tutti significa spesso non parlare a nessuno e questo rallenta molto la crescita. Un altro errore è non esporsi e non prendere posizione su determinati temi. Molti evitano di farlo per non scontentare una parte del pubblico, ma così facendo non creano un vero legame con chi li segue. Le persone si appassionano alle idee forti e alle posizioni chiare. Un altro errore ancora è partire con una motivazione altissima e poi spegnersi quando i risultati tardano ad arrivare. Per questo motivo ritengo che il metodo sia più forte della motivazione: un metodo aiuta a superare anche i momenti di difficoltà. Poi esistono errori più avanzati, come cercare di accelerare troppo i tempi o iniziare collaborazioni con i brand in una fase ancora prematura, ma questi problemi arrivano generalmente dopo che le prime fasi del percorso sono già state superate».
Che consigli daresti sul fronte del business personale, delle collaborazioni e degli aspetti professionali?
«Il consiglio principale è trattare questa attività come un lavoro vero ancora prima che lo diventi. Spesso si lavora ai contenuti un’ora la sera o nel fine settimana, ma se non siamo noi i primi a prendere seriamente ciò che facciamo sarà difficile ottenere credibilità anche dagli altri. Considerarlo un’attività strutturata non significa rinunciare al divertimento. Le due cose possono convivere perfettamente. Il problema nasce quando si considera tutto soltanto un hobby. In quel caso anche i risultati che si raccolgono tendono a essere limitati. Se invece ci si diverte ma allo stesso tempo si costruisce un metodo, le opportunità aumentano. Inoltre, quando arriveranno le prime collaborazioni o le prime richieste da parte dei brand, si sarà già pronti a gestirle e non si verrà colti di sorpresa».
Oggi esiste ancora il pregiudizio nei confronti dei creator?
«Sì, in parte esiste ancora l’idea che il creator sia semplicemente qualcuno che vuole mettersi in mostra. In realtà ci sono moltissimi professionisti seri che utilizzano i contenuti come estensione del proprio lavoro. Spesso la content creation è una conseguenza di un’attività professionale già esistente. Una persona può essere un professionista in qualsiasi settore e utilizzare i contenuti per dare maggiore visibilità alle proprie competenze e alle proprie attività. In questi casi non si parla di un hobby improvvisato, ma di uno strumento professionale integrato all’interno di un progetto più ampio».
In che modo l’intelligenza artificiale sta cambiando il lavoro dei creator?
«Io vedo due categorie di professionisti. Da una parte ci sono quelli che hanno compreso come l’intelligenza artificiale possa velocizzare la parte operativa del lavoro. Dall’altra ci sono quelli che cercano di delegare tutto all’intelligenza artificiale. Personalmente mi riconosco nella prima categoria. Quando realizzo un contenuto, la mia idea, la mia esperienza, il mio vissuto e le mie opinioni sono l’unico elemento che lo distingue davvero da quello di un’altra persona. Questa parte non la delegherei mai. Una volta definita l’idea, però, l’intelligenza artificiale può aiutarmi a realizzarla più velocemente o a superare limiti tecnici che altrimenti mi impedirebbero di concretizzarla. Chi invece delega completamente il processo creativo rischia di produrre contenuti poco profondi e poco distintivi. L’intelligenza artificiale rielabora informazioni già esistenti e, se manca il contributo personale, il risultato rischia di essere molto simile a quello ottenuto da chiunque altro utilizzi gli stessi strumenti».
Quali opportunità offre oggi il mercato italiano a chi vuole costruire una carriera autentica nella creazione di contenuti?
«Ci aiuta molto l’evoluzione degli algoritmi delle piattaforme. Fino a poco tempo fa prevaleva una logica follower based: i contenuti venivano mostrati soprattutto a chi già seguiva un creator. Questo significava che chi aveva molti follower partiva inevitabilmente avvantaggiato. Oggi il sistema si è spostato verso una logica content based. Non basta avere una grande community: se il contenuto non è valido, non viene distribuito. Al contrario, un creator che parte da zero può competere con chi possiede centinaia di migliaia di follower semplicemente realizzando contenuti migliori. È una grande opportunità perché premia la qualità e permette a chiunque di emergere partendo anche da una situazione iniziale molto modesta».
Esistono settori più favoriti di altri nel 2026?
«Non parlerei di settori privilegiati, quanto piuttosto di interessi delle persone. In questo momento, per esempio, l’intelligenza artificiale attira molta attenzione e chi tratta questi temi può intercettare più facilmente la curiosità del pubblico. Tuttavia non consiglio mai di scegliere un argomento soltanto perché è di tendenza. Se una persona non prova un interesse autentico per quel tema, nel lungo periodo diventa difficile continuare a produrre contenuti con costanza. Nella community che ho creato per aiutare altri creator a crescere, il primo esercizio consiste proprio nell’analizzare la propria storia personale e individuare gli argomenti che appassionano davvero. Solo dopo aver compreso quali temi si è disposti ad affrontare ogni giorno con entusiasmo si passa alla costruzione del metodo e alla trasformazione di quelle passioni in contenuti efficaci. Non si parte scegliendo un settore perché è in trend, ma da ciò che si è realmente e da ciò che si ha voglia di raccontare nel tempo».