È un’Italia che va: Chapeau Media racconta l’ascesa della piccole media impresa
Una media company che si muove sui social, tra YouTube, il canale principale, Instagram e TikTok per narrare le vicende imprenditoriali nostrane. Incontriamo i due founder Filippo Carabelli e Giacomo Luppi

Filippo Carabelli e Giacomo Luppi
Chi guida realmente le sorti del nostro Paese? Visivamente, per un approccio che qualcuno potrebbe definire a ragione superficiale, la politica, ma concretamente a dare il ritmo alle nostre giornate ci pensa la piccola media impresa. In Italia oggi ci sono oltre 220 mila PMI, senza contare che migliaia di aziende nostrane hanno fatto la storia; eppure, spesso dimentichiamo quanto il nostro sia un Paese di imprenditori. Per raccontarne le gesta è nata Chapeau Media, media company che con l’obiettivo di ispirare la prossima generazione di imprenditori costruendo una community che permetta ai giovani di entrare in contatto con i più importanti imprenditori, CEO e investitori. In che modo? Chiediamo spiegazioni non a uno bensì ai due founder della struttura, Filippo Carabelli e Giacomo Luppi (ospiti di DailyOnAir - The Sound Of Adv).
Quali sono gli obiettivi che hanno ispirato Chapeau e perché avete scelto proprio questo nome?
«Cercavamo un nome che potesse essere richiamato nelle condizioni d’uso della vita imprenditoriale: quando si raggiungono gli obiettivi è un termine che si utilizza spesso come complimento, come dire ‘se sei bravo, ci togliamo il cappello e ti applaudiamo’. L’obiettivo è ispirare e informare chiunque sia interessato all’imprenditoria, ragazzi che vorrebbero lanciare un piccolo progetto complementare alla propria attività lavorativa o diventare veri e propri imprenditori».
In cosa consiste la vostra offerta?
«Nasciamo come piattaforma su YouTube e proponiamo contenuti, chiacchierate, sia con video strutturati sia con i short form, ossia estrazione di frammenti più catchy che andranno a popolare le nostre pagine Instagram e TikTok. Si tratta di botta e risposta informali, prediligiamo un tono leggero utile per abbattere le barriere solitamente percepite nel mondo imprenditoriale»
Vi proponete anche in chiave eventistica?
«Sì, perché crediamo che la community digitale assuma ancora più valore se riesce a dirigersi anche verso l’offline per far conoscere di persona i protagonisti. A breve cominceremo a organizzare gli incontri, per 100-150 utenti della nostra community, con aperitivi e magari si potrà anche andare a cena, perché, come si suol dire, i migliori business nascono a tavola».
Qual è il vostro modello di business?
«Siamo una media company, stringiamo collaborazioni con aziende coerenti con la nostra missione e quindi sui video YouTube inseriamo brevi menzioni che ci aiutano a creare e rafforzare la sostenibilità economica; si va dal comune product placement, alle attività di sponsoring fino ad azioni di branded content. Per gli eventi gestiremo tutto internamente, per la parte social collaboriamo con Flatmates, struttura guidata da Marcello Ascani, che può contare su molti clienti».
A proposito, proprio Ascani ha deciso di investire su Chapeau…
«È successo tutto all’improvviso: eravamo alla ricerca di nuovi capitali, lo abbiamo incontrato per poterlo inserire tra i protagonisti delle nostre interviste, è rimasto colpito dal progetto e nel breve volgere di un mese e mezzo avevamo completato il round di investimento».
Quali sono le caratteristiche della piccola media impresa italiana nel 2025?
«Vediamo tre tendenze: la prima è legata all’internazionalizzazione, perché riferirsi al solo mercato interno, paradossalmente, costa di più; poi c’è la tecnologia, al netto dei luoghi comuni, serve per rimanere competitivi, per poter automatizzare processi che prima richiedevano ore di lavoro; gli accessi ai capitali, infine, poiché spesso si crede che sia impossibile accedere a fondi in Italia, ma le cose non vanno per nulla male, considerato che dal 2014 al 2024 c’è stato un aumento nel numero di accordi di private equity da sei miliardi di euro a circa 50, il che significa che tante aziende e fondi puntano sempre più sull’Italia, un segnale incoraggiante. Certo, ci vuole anche del sano ottimismo, molte cose vanno migliorare, ma c’è una cosa inconfutabile, ossia i dati; va bene, siamo indietro rispetto a Francia, Germania e Inghilterra, ma in dieci anni abbiamo assistito a grandi miglioramenti e a una crescita suffragata dai numeri».
I vostri propositi per l’anno appena iniziato?
«Crescere molto, prima con una fase di community building, con l’obiettivo di arrivare a 100.000 iscritti su YouTube, senza dimenticare gli altri social, per poi focalizzarci sul posizionamento, per diventare un punto di riferimento nel mondo dell’imprenditoria italiana. Ogni mese raggiungiamo 1,5 milioni di utenti al mese, vorremo triplicare e arrivare a cinque milioni di visualizzazioni mensili».