BluTik, dal calcio un ponte globale tra tifosi, sport e comunità
Dalla fan activation alle esperienze dal vivo, il progetto punta a costruire una community internazionale partendo da Italia, Argentina e Turchia. L’accordo coinvolge anche la diplomazia economica privata di eastwest, chiamata a sostenere il posizionamento e lo sviluppo del business della piattaforma sul mercato italiano. Ne parliamo con Giuseppe Scognamiglio, presidente di eastwest
Giuseppe Scognamiglio
Il calcio non è più soltanto uno spettacolo da guardare, ma una dimensione globale nella quale tecnologia, community ed esperienze si incontrano. Il rapporto tra tifosi e protagonisti dello sport cerca nuovi canali, più diretti e capaci di trasformare l'engagement digitale in occasioni concrete: dai biglietti ufficiali agli incontri con le star, fino ai contest dedicati alle community.
In tale scenario si inserisce BluTik, piattaforma internazionale nata con l'ambizione di costruire una base globale di appassionati di calcio. Il progetto sceglie l'Italia come uno dei primi mercati di espansione e trova in eastwest un partner per accompagnarne lo sviluppo. La rete guidata dal presidente Giuseppe Scognamiglio mette a disposizione competenze di diplomazia economica, relazioni istituzionali e sviluppo internazionale. Roma diventa così il punto di partenza di un progetto che, dopo l'Italia, guarda ad Argentina e Turchia. Un'operazione che intreccia sport, tecnologia, business e relazioni internazionali. Ne parliamo con Giuseppe Scognamiglio, ospite di DailyOnAir – The Sound Of Adv.
Cosa avete visto in BluTik e nel suo modello di fan activation per decidere di accompagnarne l'ingresso sul mercato italiano?
«Innanzitutto la provenienza da un grande Paese. L'India è ormai il luogo con il maggior numero di abitanti al mondo, è la più grande democrazia del pianeta ed è protagonista di un mondo multipolare che sta riposizionando alleanze e scenari. L'India si propone come un interlocutore necessario, importante, direi strategico. Tutto ciò che avvicina il nostro Paese all'India e, più in generale, all'Europa, è quindi interessante. L'Italia, da sola, fa un po' fatica a essere protagonista e, dal nostro punto di vista, sviluppare relazioni di questo tipo è utile. Il secondo motivo riguarda il punto di partenza: il calcio. Nelle intenzioni dell'investitore, però, il progetto vuole passare anche ad altri sport, a partire dal cricket, molto popolare in India, ma anche alla musica e al cinema. È quindi un progetto più ampio. Ci sono elementi valoriali importanti in un'iniziativa che parte dallo sport, dal calcio, che ha certamente una dimensione popolare, ma il cui elemento valoriale va oltre il pop. Ed è proprio questo che ci interessa molto, perché eastwest nasce dall'unione tra valori e sostenibilità economica. Mi sembra che sia anche il match che il CEO di BluTik vuole sviluppare».
Qual è il bisogno che BluTik vuole soddisfare? Cosa cerca oggi il pubblico e cosa cambia rispetto alle piattaforme sportive tradizionali?
«La piattaforma è gratuita: chi si iscrive non paga nulla, né una lira né un penny, o più modernamente un euro, a seconda del Paese in cui si trova. Questo incoraggia il fan, il tifoso, l'appassionato a partecipare a una serie di contest che consentono di avvicinarsi all'evento attraverso l'aggiudicazione dei biglietti. Il modello è finanziato da un investitore che, per i primi due anni, non prevede un ritorno sull'investimento, ma vuole puntare sulla creazione di una grande comunità capace di mettere in contatto e creare maggiore vicinanza tra gli appassionati. E non pensiamo soltanto agli appassionati europei, ma a tutto il mondo asiatico che, rispetto al luogo in cui il calcio ha il suo core, cioè l'Europa e il Sud America, è evidentemente molto lontano. L'idea di avvicinare questa passione ai protagonisti contiene quindi anche elementi valoriali e non prevede fee di ingresso».
Le ambizioni sono globali, ma Italia, Argentina e Turchia sono stati scelti come primi mercati. Perché proprio questi Paesi?
«La piattaforma nasce in India e ha cominciato i suoi primi passi nel mondo asiatico, nei Paesi vicini all'India, avvicinandosi poi progressivamente al Medio Oriente. Volendo andare a pescare nei Paesi dove il calcio è più popolare, è arrivata in Europa e si è rivolta a noi di eastwest per chiedere di aiutarla in Paesi protagonisti del calcio. Italia e Argentina, insieme al Brasile e alla Germania, sono tra i Paesi che hanno conquistato il maggior numero di campionati del mondo di calcio. La Turchia è invece un Paese dove il calcio è sempre stato popolarissimo e che, anche se solo recentemente, sta attirando investimenti da parte di imprenditori locali, pronti a portare anche campioni. eastwest ha una sua capacità speciale in Italia, naturalmente perché siamo italiani e siamo localizzati in Italia. Abbiamo però costruito una rete di diplomazia privata in 50 Paesi del mondo. Argentina e Turchia sono inoltre due Paesi nei quali ho servito personalmente come diplomatico per otto anni, quattro in ciascuno, e quindi ho un network particolarmente intenso e attivo da mettere al servizio del progetto. Poi si svilupperà un modello che aggiusteremo e che potremo esportare anche in altri Paesi».
Qual è esattamente il ruolo di eastwest nel progetto?
«Il nostro ruolo è creare una connessione reputazionale con il mondo delle istituzioni, dello sport, ma anche con quello degli influencer e delle tifoserie. È chiaro che un imprenditore self made man come il caso di chi ha creato BluTik, quando sbarca in Europa, ha come primo problema quello della reputazione. Noi, che operiamo sul mercato da 22 anni e che abbiamo costruito la nostra reputazione, possiamo completare questa intuizione e questa idea di sviluppo imprenditoriale aggiungendo la nostra reputazione al progetto. Un'iniziativa di questo genere, che vive sulle persone, sulla fiducia, sui contatti e sulle comunità, ha effettivamente bisogno anche di reputazione».
Quali sono invece le opportunità e le complessità di un progetto di questo tipo?
«L'opportunità è effettivamente quella di creare dinamismo e interscambio culturale, di costruire ponti tra comunità diverse. È un po' il DNA di eastwest fin dalle origini ed è evidentemente anche l'obiettivo che si pone BluTik. Tra le varie opportunità, quindi, mi sembra che la maggiore sia quella di creare un dialogo interculturale. Oggi, in un mondo che si sta sempre più spostando dal multilaterale al bilaterale, stiamo commettendo un errore strategico colossale, perché il multilaterale è anche una garanzia di pace, oltre che di commercio, crescita e qualità della vita delle nostre comunità. Il bilaterale è invece sempre a rischio di conflitto, perché se si creano aree che crescono molto più significativamente di altre aree vicine attraverso accordi bilaterali, si genera un potenziale di conflitto, come stiamo sperimentando in questo periodo un po' più sgraziato. In questo caso, pur con i suoi limiti, non stiamo certo creando un'organizzazione internazionale, ma l'iniziativa ha un approccio multilaterale che considero un grande valore. Il rischio è che ci sia un coinvolgimento numericamente significativo, ma forse non è neanche questo l'obiettivo dell'iniziativa. Non necessariamente vogliamo avere a bordo otto miliardi di persone, quante sono oggi quelle che popolano il nostro pianeta. Mi pare che l'intenzione sia piuttosto quella di creare qualità nell'interscambio, più che quantità».
E sulla partnership tra eastwest e BluTik? Immaginate già qualche evoluzione particolare?
«L'operazione prevede il coinvolgimento progressivo di tanti Paesi e su questo lavoriamo. Come accade nello sport, una volta che il progetto si sarà sviluppato con l'attenzione e il consenso degli stakeholder, degli opinion maker, delle istituzioni e delle persone comuni, saremo verosimilmente anche interlocutori utili per tanti decision maker. Vediamo che il calcio è uno straordinario strumento di relazioni. Alcune monarchie del Golfo, per esempio, hanno investito nel calcio e, se consideriamo il paragone con qualsiasi altra attività imprenditoriale, probabilmente hanno investito somme limitate, che sembrano enormi ma che qualsiasi altra attività imprenditoriale avrebbe forse richiesto in misura maggiore. In cambio, sono diventate interlocutrici di tutte le leadership politiche del nostro continente molto più facilmente di quanto sarebbe accaduto se avessero costruito, per esempio, un grande gruppo dell'automotive. È quindi un fattore di grande attenzione sia nei confronti dei rappresentanti delle istituzioni sia verso l'opinione pubblica. Lo sviluppo è foriero anche di una comunicazione che proveremo a mettere al servizio delle comunità».
Siamo in Italia: perché credere nel nostro mercato e in questa operazione?
«Siamo un Paese che ha vinto alcune Coppe del mondo, abbiamo ancora un movimento calcistico significativo tra i giovani e stiamo attraversando un periodo critico, ma non perché siano diminuiti gli appassionati e quindi anche gli utenti del calcio. Il settore giovanile è molto diffuso in Italia. Credo che ogni anno comincino alcune decine di migliaia di nuovi ragazzi, tra i tre e i cinque anni, a frequentare le scuole calcio. Purtroppo abbiamo un'organizzazione e delle regole che fanno acqua e quindi la nazionale maggiore non produce risultati ormai da 15 anni. Sarebbe però facile, e speriamo che il presidente Malagò riesca in questa impresa non facile, ispirarsi a ciò che fanno gli altri grandi Paesi europei. Tra i tanti provvedimenti che possono essere presi, uno per tutti è imporre alle squadre di avere una under 23 che competa in Serie C, in modo da far crescere i talenti e dare loro il tempo di maturare anche fino ai 23 anni. Lo hanno fatto grandi Paesi come Spagna, Francia e Regno Unito e vediamo che i risultati ci sono. In Italia, invece, siamo riusciti a fare una norma che prevede la possibilità, ma non l'obbligo, per le squadre di creare una under 23. Lo hanno fatto soltanto tre o quattro squadre di Serie A. Il risultato si vede: non riusciamo più a esprimere giovani per la nazionale. Se però riusciamo a modificare le regole, possiamo tornare protagonisti».