Autore: Redazione
05/03/2026

Gender equity e leadership femminile: perché il cambiamento culturale è ancora una sfida nel business tecnologico

Nel mondo del business, della tecnologia e del digital advertising la parità di genere resta incompleta. Dati, cultura organizzativa e sviluppo dell’intelligenza artificiale mostrano quanto l’inclusione femminile sia oggi una leva decisiva non solo sociale ma anche economica

Gender equity e leadership femminile: perché il cambiamento culturale è ancora una sfida nel business tecnologico

Angela Bersini

di Angela Bersini, general manager Italia di The Trade Desk

Nel 2026 parlare di empowerment femminile non dovrebbe più essere necessario. E invece lo è. Nonostante i progressi degli ultimi anni, il mondo del business, in particolare tecnologia, ICT e digital advertising, resta sbilanciato. Il divario non emerge solo nei numeri ma anche nelle domande che vengono poste e nelle aspettative implicite. La parità di genere non è stata raggiunta in nessun Paese al mondo. Lo conferma il Global Gender Gap Report 2025 del World Economic Forum, che colloca l’Italia all’85° posto: un dato che racconta una condizione strutturale più che un semplice ritardo e che trova riscontro anche nei dettagli più quotidiani della vita professionale. Ogni volta che racconto il mio percorso arriva quasi sempre la stessa domanda: “Ma come fai a fare tutto?”. Una domanda che raramente viene rivolta ai colleghi uomini, non perché lavorino meno, ma perché su di loro non grava lo stesso dubbio: dimostrare ogni giorno che leadership e vita familiare possano convivere.

Domande che rivelano stereotipi

Non si tratta di una sfumatura linguistica ma del segnale di un problema culturale ancora aperto. Secondo l’Osservatorio sull’Empowerment Femminile di The European House - Ambrosetti, solo il 29,9% delle posizioni manageriali è occupato da donne e la presenza femminile ai vertici aziendali resta marginale. Guidare un’azienda tecnologica significa operare in un mercato percepito ancora come maschile, dominato da numeri, piattaforme, algoritmi, performance e scala. Quando una donna arriva al comando spesso non viene vista semplicemente come la persona giusta, ma come un’eccezione. E ciò che appare come eccezione tende a essere osservato con sospetto. Nel corso della mia carriera mi è capitato molte volte di essere l’unica donna nella stanza: è successo nella consulenza, è successo nel tech, accade ancora oggi ai tavoli decisionali. In Italia, più che altrove, il cambiamento viene vissuto come una rottura degli equilibri esistenti e gli stereotipi di genere diventano una scorciatoia utile per spiegare, senza metterlo davvero in discussione, ciò che non si vuole cambiare. Il gender gap non nasce da una mancanza di competenze o ambizione. Nasce da un contesto che continua a chiedere alle donne qualcosa in più e che influenza anche il modo in cui la leadership viene interpretata. Nel mio percorso non ho mai creduto nella leadership urlata o nello speak up fine a se stesso. Credo nella solidità delle idee, nei dati, nella capacità di costruire relazioni. Eppure lo stesso approccio, quando adottato da una donna, talvolta viene letto come mancanza di carattere, mentre negli uomini diventa sinonimo di autorevolezza. Si tratta di un doppio standard silenzioso ma persistente, capace di orientare giudizi e carriere. Finché i percorsi femminili verranno raccontati come storie di resilienza individuale e non come il riflesso di un sistema che richiede correzioni, il problema resterà intatto.

IA e nuovi modelli organizzativi

La tecnologia può essere parte della soluzione non perché renda il lavoro “più facile”, ma perché modifica le regole. Automazione, intelligenza artificiale, lavoro ibrido e piattaforme collaborative spostano l’attenzione dalla presenza ai risultati e riducono il peso di modelli organizzativi basati sulla disponibilità continua e sul presenzialismo. Nel digital advertising l’uso dell’AI consente di gestire una complessità crescente e supportare decisioni più informate senza concentrare tutto il carico sulle persone. Applicare lo stesso principio al lavoro significa ridurre attriti e inefficienze e creare spazio per il valore reale delle competenze, indipendentemente dal genere. Tuttavia la tecnologia non è neutra. Se viene progettata e governata da team poco rappresentativi rischia di amplificare i bias invece di ridurli. Il problema nasce ancora prima dell’utilizzo: oggi le donne rappresentano circa il 55% delle iscrizioni universitarie in Europa, ma solo un terzo nei percorsi STEM, percentuale che scende al 20,6% negli studi ICT. Le implicazioni sono evidenti. Un’intelligenza artificiale sviluppata senza pluralità rischia di incorporare e moltiplicare disuguaglianze esistenti; se fondata su basi inclusive può diventare invece un potente fattore di progresso. Il cambiamento passa anche dal modo in cui raccontiamo il successo e la leadership: dalle parole che scegliamo, dalle domande che poniamo, dai modelli che rendiamo visibili. Sono madre di due bambine e so quanto il linguaggio contribuisca a definire ciò che appare possibile. Dire loro che “possono farcela” non basta se il mondo intorno continua a inviare segnali contrari. Serve coerenza tra ciò che dichiariamo e ciò che pratichiamo ogni giorno nelle aziende, nei media, nei processi di selezione e di crescita. La gender equity non è una battaglia identitaria ma una leva di competitività. I dati lo dimostrano: raggiungere la parità di genere potrebbe generare un impatto economico pari a 11,6 trilioni di dollari nei Paesi del G20 e, in Italia, un effetto potenziale vicino al 9% del PIL. Nel 2026 non dovremmo più chiederci se una donna “riesce a fare tutto”, ma perché il sistema continui a pretendere che sia lei a doverlo dimostrare. Il lavoro da fare resta molto, ma il cambiamento non è un gesto eroico: è una responsabilità quotidiana e, se affrontato insieme, una delle più grandi opportunità che abbiamo davanti. La gender equity non è una battaglia identitaria, ma una leva di competitività. I dati lo confermano: raggiungere la parità di genere potrebbe generare un impatto economico pari a 11,6 trilioni di dollari nei Paesi del G20 e, in Italia, un effetto potenziale vicino al 9% del PIL. Nel 2026 non dovremmo più chiederci se una donna “riesce a fare tutto”, ma perché il sistema continui a pretendere che sia lei a doverlo dimostrare. Il lavoro da fare è ancora molto, ma il cambiamento non è un gesto eroico: è una responsabilità quotidiana e, se affrontato insieme, una delle più grandi opportunità che abbiamo davanti.