Autore: Davide Sechi
02/03/2026

DesignWanted, il media brand globale che filtra e attiva il design contemporaneo

Piattaforma editoriale nata sui social e diventata testata internazionale, l’azienda seleziona, racconta e connette progetti, talenti e aziende che interpretano il design come leva culturale e strategica. Ne parliamo con il founder e CEO Patrick Abbattista

DesignWanted,  il media brand globale che filtra  e attiva il design contemporaneo

Patrick Abbattista

Tra trasformazioni digitali, nuovi materiali e crescente attenzione all’impatto sociale, il design contemporaneo vive una fase di profonda ridefinizione: non più solo forma, ma processo, visione, responsabilità. In uno scenario globale che richiede contenuti autorevoli e connessioni concrete tra creatività e industria, si affermano piattaforme capaci di selezionare e orientare. È in questo contesto che nasce e cresce DesignWanted, oggi media brand e community internazionale di riferimento. Ne parliamo con il founder e CEO dell’azienda Patrick Abbattista (ospite di DailyOnAir - The Sound Of Adv).

DesignWanted veniva fondata come progetto personale, e oggi invece è una piattaforma media globale. Quale è stata l’intuizione originaria che l’ha spinta alla fondazione e quale vuoto si voleva colmare?

«Nasceva poco più di dieci anni fa, e l’intuizione originaria in realtà era la somma di una serie di elementi, come spesso accade. Il primo era sicuramente legato alla mia passione per il design, che era nata sul campo grazie all’affiancamento di un amico che aveva lanciato un blog anni prima, sempre del settore. Io avevo un background di marketing ed ero appassionato al tema, e quindi volevo costruire qualcosa che parlasse di design. Dall’altra parte avevo maturato competenze digitali e sapevo come far crescere un progetto online. In quel periodo Instagram in America stava esplodendo e di conseguenza ho unito i puntini e ho detto: perché non ripartiamo da Instagram? È così che è stata lanciata la pagina di DesignWanted. Il vuoto da colmare all’epoca, e in realtà già un po’ prima, era quello di raccontare in maniera più fresca e contemporanea il design, cercando di focalizzarsi sui progetti che venivano realizzati più che sui nomi. Questo perché mi dava accesso a un mercato di idee molto più ampio rispetto ai brand consolidati di cui spesso si sente parlare. In giro per il mondo ci sono tantissimi talenti, non soltanto in Italia, e molto spesso i designer non sono bravissimi nella comunicazione. Con l’idea di DesignWanted volevo sostanzialmente creare una piattaforma per alimentare la conoscenza di progetti che dal mio punto di vista erano interessanti per il mercato in generale».

Vi definite come media brand, community, partner e filtro culturale. Sono quattro dimensioni che convivono in un modello. Cosa vi distingue rispetto ad altre piattaforme editoriali del settore?

«Abbiamo costruito DesignWanted in maniera multidimensionale. Oggi è difficile ipotizzare un qualunque brand senza che abbia una community di riferimento. Il ruolo dei social media negli ultimi anni è esploso e permette di aggregare persone con determinati interessi attorno a dei canali come il nostro, aderendo a una visione più che a un prodotto singolo. Da qui nasce l’idea di costruire un media brand che oltre a essere un contenitore, e non vuole essere solo un contenitore, ha lo scopo di creare valore per la community a cui parla, offrendo un punto di vista, un modo di raccontare le cose sempre riconoscibile. Quando si dice media brand, è il sigillo di tutto questo: chi si affaccia a DesignWanted sa che raccontiamo le cose in un certo modo. Quanto al filtro culturale, è un elemento sotteso ma costante in tutto quello che facciamo, perché il design non è solo prodotto ma è cultura che prende vita nella forma del prodotto. Agire da selezionatori di progetti contemporanei, quindi parlare di quelli che secondo noi sono interessanti, ha un impatto sia sull’origine dei progetti sia sulla visione che trasferiamo al mercato. Questo risponde in parte alla domanda su come ci differenziamo. Sicuramente la selezione dei progetti fa la differenza. Non siamo un media che parla delle icone del passato e allo stesso modo non viviamo di natura puramente commerciale, perché altrimenti diventeremmo un copia e incolla dei comunicati stampa. Cerchiamo di costruire contenuti che trasferiscano quell’elemento culturale di cui parlavo prima e un modo di fare le cose che rispecchia i tempi che stiamo vivendo. Il design e i designer sono portatori di soluzioni o di opportunità, e nulla più di ciò che accade ora può aiutarci a capire cosa succederà domani o tra dieci anni».

Quali sono i vostri punti di riferimento e il vostro target? E quale direzione state tracciando nella narrazione del settore?

«Essendo una testata registrata, ci occupiamo di design in senso ampio. Da italiani quando si parla di design si pensa spesso all’arredo e all’illuminazione. Per noi il design ha un’accezione più ampia: tutto ciò che rientra nel mondo del prodotto deve essere raccontato. Parliamo a un pubblico internazionale che arriva in oltre 40 Paesi nel mondo, perché siamo in lingua inglese da sempre. È costituito da tutte quelle figure che operano nel design: designer, architetti, progettisti, professionisti della comunicazione del settore, manager d’azienda che governano parte dei processi legati all’innovazione di prodotto. Lo facciamo con un occhio molto attento a ciò che accade qui e ora, quindi al design contemporaneo, che è il più ricco di sfaccettature e di underdog, figure che lavorano magari non ancora famose ma sotto traccia, e che portano innovazioni che in maniera incrementale definiscono quello che vedremo nei prossimi mesi o anni».

Come impatta il digitale sul vostro lavoro?

«Il digitale per noi è il luogo d’origine. Siamo nati in digitale un po’ per necessità e un po’ per virtù. Necessità perché lanciare un’iniziativa legata a un settore con tante istituzioni consolidate non era semplice e non avevo i mezzi per competere con i grandi gruppi. Il digitale è stata una scelta obbligata. Virtù perché grazie al digitale si raggiungono molto più velocemente interlocutori sia dal punto di vista numerico sia qualitativo. Questo ci ha permesso di stabilire collaborazioni con eventi di design nel mondo, di raggiungere designer più o meno famosi da intervistare, di essere più snelli e veloci nella comunicazione. Il digitale è un mezzo, non è il fine. Ha accelerato il processo di crescita e distribuzione, ma ciò che guida non è il canale, è il senso di quello che viene fatto. È il significato di ciò che raccontiamo che fa la differenza. Oggi c’è Instagram, c’è TikTok, domani ce ne saranno altri. Dobbiamo adattare il contenuto al canale, ma i criteri di comunicazione e il modo in cui parliamo restano gli stessi».

Quali saranno le vostre priorità strategiche e come immaginate l’evoluzione del mercato del design e dei media?

«I cambiamenti in atto sono tanti, soprattutto da un anno a questa parte. L’intelligenza artificiale ha preso piede velocemente. Il design probabilmente cambierà per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nei processi manuali di creatività, di prototipazione, di produzione di idee. Sta alla community capire come integrare l’intelligenza artificiale nel modo in cui designer e architetti operano. Per noi è uno strumento operativo, può essere utilizzato per prevedere spunti su tematiche editoriali o trend. C’è poi un altro aspetto che va avanti da anni ma si consolida lentamente, la stampa 3D. Molti designer hanno lanciato marchi grazie a questa tecnologia. Le tecnologie produttive e i sistemi software ridefiniranno il modo in cui il processo del design accade e il modo in cui le aziende prenderanno decisioni. Lato media è difficile prevedere cosa succederà nei prossimi cinque anni. I canali sono in continua evoluzione. Instagram, da quando sono partito, è cambiato tantissimo. È un continuo adattamento a livello di linguaggio e formati, senza perdere lo scopo originario che è costruire valore attorno al significato del progetto nel mondo del design».

Questa accelerazione tecnologica può avere ripercussioni negative?

«Sì, le evoluzioni possono mettere in affanno molti. I grandi gruppi vivono di processi strutturati e l’adattamento non è sempre veloce. I medi devono capire come integrare le novità mentre si stanno ancora costruendo. Tendenzialmente è il piccolo che ha più possibilità di sfruttare i cambiamenti, perché non ha nulla da perdere e può provare qualcosa di nuovo. È quello che ho fatto io all’inizio: sono partito da Instagram perché stava crescendo. Un amico che vive in America mi raccontò le evoluzioni del canale in quel mercato e ho colto l’opportunità. Le evoluzioni metteranno in affanno molti, ma come sempre chi si adatta meglio riesce a governarle. La cosa importante è il perché si decide di fare qualcosa, prima ancora del come, perché è il perché che aiuta a scegliere bene i canali».