Athletics Mind, quando la performance parte dalla testa
Non solo allenamento e risultati: una piattaforma nata dall’esperienza degli atleti porta psicologia, nutrizione e confronto al centro della preparazione sportiva, con un approccio “Human First”. Parliamo con il founder Andrea Ranocchia
Andrea Ranocchia
La performance non si allena soltanto in palestra, sul campo o in piscina. Sempre più spesso la partita decisiva si gioca anche nella testa. Da questa consapevolezza nasce Athletics Mind, piattaforma digitale pensata per rendere il supporto psicologico e nutrizionale accessibile agli sportivi di ogni livello. Un progetto “dagli atleti per gli atleti”, fondato dall’ex calciatore Andrea Ranocchia insieme a un network di professionisti specializzati. Ne parliamo proprio con il responsabile Andrea Ranocchia (ospite di DailyOnAir - The Sound Of Adv).
Athletics Mind nasce da un’esperienza vissuta in prima persona nel calcio professionistico: qual è stato il momento o la necessità che vi ha fatto capire che, accanto alla preparazione fisica, serviva uno spazio strutturato dedicato alla mente?
«A dire il vero, se ci avessi pensato prima, probabilmente la mia vita e la mia carriera sarebbero state diverse. Non so se migliori o peggiori dal punto di vista tecnico-tattico, ma sicuramente avrei vissuto molto meglio tanti momenti. Penso soprattutto a quando ero giovanissimo, già a 12 o 13 anni. A quell’età il supporto è importante, perché un ragazzo, una ragazza o un atleta che inizia un’attività sportiva si trova ad affrontare molte pressioni e momenti di difficoltà, senza avere ancora gli strumenti per gestirli. Se avessi conosciuto prima alcune delle persone che mi hanno dato supporto durante la carriera, probabilmente avrei avuto gli strumenti necessari per superare tante difficoltà. Per molto tempo si è pensato che a 12 o 13 anni fosse sufficiente lasciare i ragazzi divertire. In realtà le pressioni possono essere notevoli e spesso chi sta intorno a loro non se ne accorge. Oggi, per fortuna, qualcosa sta cambiando».
La sensibilità sul tema sembra infatti aumentata. Quanto incidono le pressioni dell’allenatore, degli avversari e della famiglia sulla crescita di un giovane atleta?
«La sensibilità è aumentata. Fin da giovani si allenano la parte atletica e quella tecnico-tattica, a prescindere dallo sport, ma esistono anche le pressioni che arrivano dall’allenatore, dall’avversario e dai genitori. Parlo proprio dei genitori, che agiscono nel bene dei propri figli, ma possono comunque esercitare una pressione. Molti ragazzi non riescono a gestirla perché sono giovani e non hanno ancora accumulato esperienze sufficienti. Già a quell’età si incontrano momenti di difficoltà. Avere un supporto specializzato, con psicologi che hanno una specializzazione nello sport, può aiutare perché permette di comprendere tante situazioni e offre un sostegno nei momenti più delicati: durante un infortunio, quando un allenatore non fa giocare, quando si entra in una fase negativa e non si riesce più a vivere lo sport con la stessa serenità e divertimento. L’idea di Athletics Mind nasce dalla mia esperienza calcistica e dal grande supporto che ho trovato in più persone durante la carriera. Con la nascita del progetto ho pensato che potesse essere utile a tanti ragazzi, anche per evitare di perdere talenti che magari non riescono a gestire alcuni momenti della propria vita sportiva».
Il principio guida di Athletics Mind è “Human First”. In un mondo sportivo dominato da risultati, classifiche e performance, come si supera il pregiudizio secondo cui chiedere aiuto significa essere più deboli?
«Esiste ancora il pregiudizio secondo cui chiedere aiuto significhi essere malati o avere una condizione che non si può risolvere. In realtà è il contrario. Avere una persona che offre linee guida e strumenti permette di analizzare il proprio momento, superare una difficoltà oppure trovare un supporto per migliorarsi. È un aspetto importantissimo. Purtroppo esiste ancora una certa chiusura, ma negli ultimi tempi molti sportivi di alto livello ne parlano apertamente e contribuiscono a cambiare la percezione. Se un ragazzo vede che atleti come Djokovic, Sinner o Kimi Antonelli affrontano un percorso di questo tipo, può pensare: “Se lo fanno i grandi sportivi, perché dovrei vergognarmi di iniziare un percorso che può aiutarmi?”. Spero che la direzione sia sempre più questa. Quando parlo con i ragazzi, faccio spesso una domanda: quante volte alla settimana allenate la tecnica e la tattica? Quante volte allenate la parte atletica? Mi rispondono sei o sette ore, tutti i giorni, con allenamenti e preparazione fisica. Poi chiedo: quanto allenate la vostra testa? E spesso non arriva una risposta, perché nessuno lo fa. La testa è quella che ci fa muovere, prendere decisioni e gestire tanti momenti della vita personale e sportiva. Lo sportivo e l’essere umano che c’è dietro sono collegati. Se una persona ha timori o problemi, li riversa nello sport; viceversa, se lo sportivo non riesce a rendere, non si diverte, non sta bene o attraversa un momento difficile, può riversare tutto nella vita personale. Di conseguenza, anche le persone vicine all’atleta possono vivere momenti di difficoltà».
Athletics Mind mette insieme psicologia dello sport, nutrizione, una rete di oltre 30 professionisti e una piattaforma digitale proprietaria. Come funziona concretamente il percorso dell’atleta e che cosa offre l’applicazione?
«Il fatto che il servizio sia online è molto importante, perché gli sportivi sono sempre in movimento: possono giocare a due chilometri da casa, in un’altra regione o in un’altra nazione. Avere la possibilità di fare una seduta online prima di un evento, magari quando si prova ansia o non si sta bene, oppure dopo una partita andata male, durante un momento di difficoltà o nel corso di un infortunio, semplifica molto l’accesso al supporto. Naturalmente la privacy è fondamentale, perché si trattano aspetti personali e dobbiamo rispettare norme molto stringenti. Il funzionamento è semplice: ci si collega alla nostra app, si effettua il login e si compila un questionario che consente di indirizzare la persona, in base alle necessità, allo sport praticato e all’età, verso il professionista più adatto, che può occuparsi di nutrizione, psicologia o di entrambi gli aspetti. Dopo un primo incontro conoscitivo, indirizziamo l’atleta verso il professionista e da quel momento può fissare gli appuntamenti direttamente all’interno dell’app e iniziare il proprio percorso. Noi forniamo il servizio attraverso i professionisti presenti nella rete, creando per loro opportunità di lavoro, mentre dall’altra parte c’è il consumatore finale, che può essere un atleta, un club, un allenatore o una delle altre figure che ruotano intorno allo sport. Tutti possono usufruire del servizio ovunque si trovino».
Avete parlato della resistenza culturale che ancora accompagna il tema del benessere mentale nello sport. Athletics Mind si rivolge anche a non professionisti e semi-professionisti? Quanto sta crescendo la cultura che state promuovendo in queste categorie?
«Il nostro obiettivo è sensibilizzare su tutti questi aspetti, dalla ragazza o dal ragazzo di 12 o 13 anni che inizia a praticare sport fino alla fase successiva alla carriera di un atleta professionista o non professionista. Già a 12 o 13 anni emergono competitività, difficoltà legate alla sconfitta, momenti in cui l’allenatore non fa giocare oppure situazioni che possono essere vissute male. Noi vogliamo offrire un supporto a quel target, ma anche agli atleti professionisti e a tutti i non professionisti. Le pressioni del professionista sono sicuramente enormi rispetto a quelle di un ragazzo che sta iniziando a praticare sport, ma anche chi pratica uno sport nella propria zona di casa, senza ambizioni professionistiche, può avere pressioni e momenti di difficoltà. È normale, perché fa parte dell’essere umano e della crescita di un ragazzo. Il nostro target comprende quindi professionisti, non professionisti e tutte le persone che ruotano intorno alla vita di uno sportivo. Anche le famiglie ci stanno contattando molto per aiutare i figli che attraversano momenti difficili. Il nostro obiettivo è offrire supporto per migliorare la vita personale e sportiva di chi pratica sport e di tutte le persone che gli stanno vicino: il figlio, il nipote, il fratello, la sorella e così via».
La vostra attività coinvolge anche sportivi molto importanti e conosciuti, come Massimo Ambrosini, Andrea Pirlo, Filippo Magnini, Fabio Fognini e Alessandro Bastoni. Che ruolo hanno all’interno di Athletics Mind?
«Hanno creduto subito nel progetto e sono stati i primi a investire nell’iniziativa, che è piaciuta molto. Da sportivi hanno vissuto in prima persona, da giovani, durante la carriera e anche nel post-carriera, momenti nei quali hanno sentito il bisogno di un supporto e hanno riconosciuto quella necessità. Avere figure così importanti all’interno della società è significativo perché possono raccontare il loro punto di vista e contribuire alla divulgazione molto più di quanto potrei fare da solo. Il fatto che il progetto sia piaciuto al punto da spingerli a entrarne a far parte è per me motivo d’orgoglio. Avere figure così importanti che iniziano a parlare di questi temi e ad aiutare le nuove generazioni di sportivi e ragazzi ha anche un valore sociale. Per me è importante, per Athletics Mind è importante e mi auguro che nei prossimi anni lo diventi anche per tutte le persone che ruotano intorno allo sport e che possono usufruire del nostro servizio e trovarne beneficio».
L’obiettivo sembra essere quello di costruire una vera community, oltre al servizio digitale. Dopo l’applicazione e la rete di professionisti, quali saranno i prossimi passi di Athletics Mind e come immagini una cultura sportiva in cui equilibrio mentale, alimentazione e performance siano finalmente considerati parte della stessa preparazione?
«Mi auguro che nei prossimi anni possiamo portare avanti un percorso che in Italia, dal punto di vista di questi supporti e con una logica di community, oggi non fa nessuno. Una grande community online focalizzata esclusivamente sullo sport e sugli sportivi non esiste in questo momento e noi siamo i primi a concentrarci su questo ambito. Mi auguro che Athletics Mind possa diventare un punto di riferimento per tanti sportivi. Siamo un’azienda e dobbiamo essere sostenibili, ma allo stesso tempo spero che possiamo influire positivamente sulle nuove generazioni, sui ragazzi, sugli sportivi e su tutte le persone che ruotano intorno al mondo dello sport, che in Italia sono moltissime. Quasi tutti praticano o hanno iniziato a praticare uno sport. Spero quindi che nei prossimi anni possiamo influire positivamente sull’ambiente sportivo e, di conseguenza, anche su quello sociale e sulla vita quotidiana. Quando si crea benessere, tutta la comunità ne trae beneficio. È il mio augurio ed è il nostro obiettivo. Parlando con tanti genitori, mi capita di sentire racconti di ragazzi che prima delle partite vanno in difficoltà, che dopo una sconfitta non parlano per uno o due giorni, oppure che dopo un infortunio hanno paura di non tornare più come prima. Se aiutiamo questi ragazzi dal punto di vista mentale e nutrizionale, possiamo probabilmente aiutare anche tante famiglie e tante persone che ruotano intorno allo sport. È il motivo per cui ho fondato Athletics Mind».