Tundr, il welfare aziendale diventa fintech: semplice, accessibile, universale
Dalla carta Mastercard alla piattaforma integrata, un modello che ridisegna benefit, esperienza utente e gestione HR nel mercato italiano in forte espansione. Ne parliamo con Giorgio Seveso, CEO e co-founder della società
Giorgio Seveso
Il welfare aziendale sta attraversando una fase di trasformazione profonda, spinto da nuove esigenze di flessibilità, semplicità e accessibilità. Le imprese cercano strumenti concreti per migliorare il benessere delle persone senza aumentare la complessità gestionale. Allo stesso tempo, i dipendenti vogliono soluzioni immediate, utilizzabili nella vita quotidiana, senza vincoli né burocrazia. In questo scenario, la tecnologia gioca un ruolo chiave nel rendere il welfare più inclusivo e realmente fruibile. È qui che si inserisce Tundr, fintech italiana che punta a ridefinire le regole del settore. Giorgio Seveso, CEO e co-founder (ospite di DailyOnAir - The Sound Of Adv)
Qual è stata l’intuizione iniziale che vi ha portato a entrare nel mondo del welfare aziendale?
«L’intuizione nasce da un’esperienza personale. Quando i ragazzi escono dalla scuola o dall’università ed entrano nel mondo del lavoro, si trovano per la prima volta davanti a un pacchetto retributivo composto da salario e welfare. È proprio in quel momento che scoprono il welfare aziendale e gli strumenti che, già qualche anno fa, consentivano l’erogazione di questi crediti. Ci siamo resi conto che esisteva un grande spazio per fare innovazione e da lì abbiamo fondato Tundr».
Come si è evoluta nel tempo questa intuizione? Cosa avete scoperto dal 2022 a oggi?
«La scoperta principale è stata che, a differenza di altri Paesi europei vicini all’Italia, il modello di welfare italiano era ancora basato su soluzioni piuttosto tradizionali. Abbiamo visto la possibilità di introdurre nuovi strumenti per facilitare l’erogazione dei benefit da parte delle aziende e rendere queste iniziative più accessibili e democratiche. L’obiettivo era utilizzare tecnologie semplici e immediate per i dipendenti, che sono i beneficiari finali delle politiche di welfare. Siamo partiti con un primo modulo dedicato ai crediti per la mobilità sostenibile, erogabili tramite una carta di pagamento, per poi estenderci ai fringe benefit e successivamente ai flexible benefit».
Come è cambiata la vostra offerta a partire da quella fase iniziale?
«Siamo partiti dalla mobilità green, permettendo alle aziende di erogare ai propri dipendenti buoni dedicati agli spostamenti sostenibili attraverso soluzioni fintech. L’idea era incentivare i tragitti casa-lavoro con alternative come car sharing, micromobilità e trasporto pubblico. Il prodotto è stato accolto molto bene e ci ha portato ad ampliare l’offerta ai fringe benefit, quindi buoni acquisto, buoni shopping e buoni spesa, fino ad arrivare a un paniere completo di attività welfare che comprende anche i flexible benefit, ovvero servizi, prestazioni e opportunità legate alla sanità, al benessere, ai viaggi e ai carichi di cura».
Vi definite una fintech del welfare. Rispetto a chi adotta un approccio tradizionale, qual è la vostra differenza competitiva?
«Siamo partiti proprio dal prodotto. Abbiamo introdotto una carta di pagamento che consente di utilizzare i benefit in modo semplice e immediato. La nostra idea è stata superare piattaforme e sistemi basati esclusivamente su voucher, che spesso offrono un’esperienza limitata. Abbiamo scelto una soluzione fintech che, prima di tutto, facilita la comprensione dell’iniziativa: la carta è uno strumento che tutti conoscono, che si può tenere nel portafoglio o direttamente sul telefono. Questo rende molto più naturale sia la comprensione sia l’utilizzo del credito welfare, avvicinandolo ai bisogni concreti delle persone, indipendentemente dall’azienda per cui lavorano».
Il vostro mercato di riferimento sono le aziende, i dipendenti o entrambi?
«Il nostro cliente diretto è l’azienda, perché vendiamo servizi di welfare aziendale alle organizzazioni. Tuttavia, l’utilizzatore finale è il dipendente. Operiamo in modo piuttosto agnostico: lavoriamo con realtà che hanno un solo dipendente così come con grandi aziende che ne contano migliaia. Il nostro interlocutore è l’impresa che attiva le politiche di welfare attraverso Tundr, ma i fruitori finali sono i lavoratori che utilizzano la piattaforma. Anche dal punto di vista settoriale siamo trasversali, perché il nostro obiettivo è rendere il welfare aziendale accessibile e democratico per aziende di qualsiasi dimensione e settore».
La vostra cifra distintiva è la tecnologia. In che modo integrate l’intelligenza artificiale nei vostri strumenti?
«L’intelligenza artificiale è sicuramente uno dei trend più importanti del momento e noi la stiamo utilizzando in due direzioni. La prima riguarda i processi interni: abbiamo implementato diversi strumenti che rendono più efficiente ed efficace il supporto ai clienti e ai beneficiari, combinando intelligenza artificiale e intervento umano. La seconda riguarda l’orientamento dei dipendenti. Ci piace dire che non vogliamo lasciare le persone all’interno di un grande supermercato del welfare, ma accompagnarle verso lo scaffale giusto, aiutandole a individuare le soluzioni più adatte ai loro bisogni reali. Sono queste le due direttrici principali su cui stiamo lavorando».
È il momento delle previsioni. Cosa vi aspettate dal mercato del welfare nei prossimi anni e come si muoverà Tundr?
«La parola chiave resta accessibilità. Vogliamo continuare a favorire la democratizzazione di iniziative che generano importanti effetti positivi. Il welfare offre vantaggi fiscali sia alle aziende sia ai dipendenti e contribuisce ad aumentare il potere d’acquisto delle persone. La nostra speranza è che le imprese continuino a investire in queste politiche, perché un’azienda che si prende cura delle proprie persone le rende più soddisfatte e rafforza attività sempre più importanti come employer branding, talent attraction e retention. Per quanto riguarda Tundr, siamo partiti dalla mobilità e dai fringe benefit, ma l’obiettivo è ampliare costantemente il paniere di strumenti disponibili. Vogliamo consentire alle persone, attraverso le aziende, di accedere a opportunità che altrimenti sarebbero difficilmente raggiungibili. Questo significa sviluppare sempre di più l’area dei flexible benefit, con particolare attenzione alla sanità, ai servizi di cura e ai trend che caratterizzano la società italiana».
Il progressivo invecchiamento della popolazione italiana potrebbe cambiare gli equilibri del settore?
«Sicuramente sì. Lo vediamo sotto diversi punti di vista. Stiamo svolgendo focus group dedicati non solo alla cura, ma anche alla prevenzione, che sta diventando un tema fondamentale. C’è poi tutto il tema del caregiving, destinato ad assumere un ruolo sempre più centrale proprio alla luce delle caratteristiche demografiche del nostro Paese. Inoltre stiamo iniziando a osservare con attenzione anche il mondo dell’assicurazione sanitaria, che può rappresentare un’integrazione importante all’interno del pacchetto di welfare offerto dalle aziende. Si tratta di elementi che possono rendere l’offerta più competitiva e contribuire in modo significativo all’attrazione dei talenti».