Autore: Redazione
17/11/2017

La lotta del Financial Times contro il domain spoofing sta dando i suoi frutti

L’editore britannico ha scoperto che 24 dei 25 exchange fraudolenti hanno smesso di mettere in pratica lo spoofing sul dominio immediatamente dopo che lo stesso ha annunciato di aver individuato il problema

La lotta del Financial Times contro il domain spoofing sta dando i suoi frutti

Dopo aver intercettato 25 exchange pubblicitari che hanno falsificato l’accesso al suo inventario nel mese di settembre, il Financial Times ha avviato un test antifrode per scongiurare in maniera più severa il fenomeno del domain spoofing, ossia la vendita di inventario video contraffatto da parte di outfit che si spacciavano per il sito dell’FT facendosi pagare false impression. Il test serviva a capire quali exchange dichiaravano di avere accesso al suo inventario e il risultato ha evidenziato che 10 exchange display e 15 video dichiaravano falsamente di poter vendere il suo video inventory. L’editore ha stimato il valore dell’inventario fraudolento a 1,3 milioni di dollari al mese e ha chiesto che diversi venditori di tecnologia pubblicitaria, tra cui Oath, SpotX e FreeWheel, smettessero di rappresentare l’accesso al suo inventario. Azione immediata “Dopo aver sollevato la questione, abbiamo scoperto che 24 dei 25 exchange colpevoli di domain spoofing avevano smesso di metterlo in pratica immediatamente dopo che abbiamo reso noto il problema”, ha spiegato Jessica Barrett, global head of programmatic al Financial Times. Non ha, però, dichiarato, quale sia il fornitore che continua a falsificare l’accesso all’inventario FT. Collaborazione inaspettata “Sono rimasta piacevolmente sorpresa dal numero di exchange disposti a collaborare con noi per risolvere questo problema”, ha dichiarato Barrett, parlando al Digiday Programmatic Media Summit di New Orleans. Incentivo alla trasparenza Lo stimolo dell’industry per la trasparenza, probabilmente, ha spinto i fornitori a ripulire i processi una volta che il FT ha messo in luce la quantità di domain spoofing che si verificava nelle sue piattaforme. L’impegno potrebbe anche essere nato in funzione d’iniziative quali il protocollo ads. txt di IAB Tech Lab che, elencando tutte le aziende autorizzate a vendere il loro inventario, spinge i fornitori ad adottare pratiche più sicure. Controllo continuo Ma, solo perché la stragrande maggioranza degli exchange ha smesso di vendere false impression FT una volta che l’editore ha messo in luce il problema, non significa che gli URL mascherat,i che affermano di essere il Financial Times, non riemergano nuovamente sulle sue piattaforme. Il domain spoofing è un fenomeno facile da individuare ma altrettanto difficile da prevedere e interrompere prima che si verifichi, dunque, i publisher come il FT dovranno continuare a monitorare diligentemente le proprie attività programmatiche scegliendo con cura i partner con cui collaborare.