Autore: Davide Sechi
22/01/2026

HIRO Design e il nuovo equilibrio tra artigianalità e industria

Dal modello direct-to-consumer alla costruzione di una community, dall’omnicanalità al contract, passando per il made in Italy come leva competitiva e per una visione del design accessibile, umano e identitario: l’evoluzione del gruppo tra digitale, retail fisico e mercati internazionali; le parole del founder Manuele Perlati

HIRO Design e il nuovo equilibrio tra artigianalità e industria

Manuele Perlati

In un mercato del design attraversato da una tensione costante tra produzione seriale e ricerca identitaria, HIRO Design si è affermata come uno dei brand italiani più interessanti della nuova generazione. Nata nel digitale e cresciuta con un modello direct-to-consumer, l’azienda ha costruito il proprio posizionamento su un equilibrio preciso: qualità progettuale, flessibilità produttiva e un’estetica riconoscibile, capace di parlare a un pubblico contemporaneo e consapevole. Il 2025 ha segnato un punto di svolta: quattro milioni di euro di fatturato, una crescita del 60% e l’apertura del primo store fisico a Verona, concepito come spazio esperienziale e nodo chiave di una strategia omnicanale sempre più strutturata. Un passaggio che accompagna l’ingresso in una nuova fase di sviluppo, con Milano al centro dei piani retail e un rafforzamento della relazione tra canali online e offline. Il 2026 segna inoltre il debutto di HIRO Contract, la nuova divisione B2B che porta il DNA del brand nel mondo dell’hospitality, del real estate e degli spazi professionali, rispondendo a una domanda crescente di soluzioni su misura, modulari e scalabili. Di questa evoluzione, delle scelte strategiche e della visione futura del brand, ne parliamo con il founder Manuele Perlati (ospite di DailyOnAir - The Sound Of Adv).

All’interno di un’insegna come HIRO Design convivono artigianalità e innovazione industriale. Quali sono state le origini dell’azienda e quali intenzioni hanno guidato il vostro percorso fin dalle prime fasi?

«L’azienda nasce formalmente nel 2020 nella sua configurazione attuale, anche se alcune idee erano già presenti negli anni precedenti. Arriviamo da una carpenteria metallica che lavora da oltre quarant’anni: è un’attività di famiglia, all’interno della quale mi è stato dato spazio per provare a creare un prodotto nostro, un brand vero e proprio. Abbiamo scelto consapevolmente la strada più difficile, quella di costruire un’identità autonoma in un mercato già molto saturo e ricco di competitor. All’inizio non era affatto semplice capire quale potesse essere il nostro valore differenziante».

Quando avete iniziato a individuare con chiarezza quel valore distintivo?

«È stato un processo graduale. Abbiamo iniziato a “unire i puntini”. Da un lato un prodotto minimale, che utilizza il metallo come materiale visivamente esile ma strutturalmente molto rigido; dall’altro una verniciatura con una gamma cromatica molto ampia, resa possibile dalla verticalizzazione interna della produzione, che per noi è stata un elemento fondamentale. A questo si è aggiunto l’uso degli strumenti digitali, in particolare i social, per la costruzione di una community, e soprattutto un forte collegamento diretto con il consumatore finale».

Quanto è stato centrale il rapporto diretto con il cliente nella vostra crescita?

«È stato determinante. Ci siamo resi conto che, al di là di inventare qualcosa di estremamente complesso, il consumatore cercava soprattutto supporto e relazione. Le grandi aziende storiche del design, così come i brand più strutturati, lavorano spesso con una distribuzione che non dialoga direttamente con il cliente finale, ma passa attraverso intermediari. Noi di Hero Design siamo nati proprio per rispondere a questa esigenza: offrire un supporto diretto al consumatore. Questo ci ha permesso di costruire una community che oggi conta centinaia di migliaia di persone».

A proposito di comunicazione: come deve comunicare oggi un’azienda che opera nel mondo del design? Esiste una “ricetta” efficace e contemporanea?

«La ricetta che applichiamo noi, e che abbiamo capito essere decisiva, è portare il design e i suoi valori su un piano umano. Non teatrale, non museale. Troppo spesso vediamo prodotti bellissimi che, nell’utilizzo quotidiano, risultano poco logici o finiscono per essere più opere d’arte che oggetti vissuti. Noi realizziamo arredi completamente in Italia, quindi 100% made in Italy, con logiche artigianali, ma abbiamo anche applicato economie produttive che ci consentono di mantenere prezzi equilibrati: non lusso elitario, ma nemmeno prodotto scadente. Un buon punto di ingresso. In questo modo il design smette di essere esclusivo e diventa accessibile a un pubblico più ampio, pur rimanendo legato all’amore per il bello».

L’e-commerce è stato il vostro primo approdo. Come si è evoluto nel tempo e quali sono stati i passaggi chiave verso una dimensione fisica del business?

«Per un’azienda che vuole costruire un brand è fondamentale avere anche un’identità fisica. Oggi il cliente può affidarsi all’e-commerce, che è ormai uno strumento sdoganato e accessibile, ma la presenza fisica resta centrale. Il retail tradizionale permette di consolidare la fiducia e di capire meglio i bisogni del consumatore. Le due dimensioni si alimentano a vicenda: oggi, ad esempio, offriamo il servizio di acquisto online con ritiro in negozio. Molti clienti lo apprezzano perché evita disagi e costi di spedizione. E soprattutto perché c’è ancora un forte bisogno di toccare con mano: il punto vendita fisico è lo strumento perfetto per far percepire la qualità del nostro design».

Guardando ai mercati internazionali, quali sono quelli più ricettivi e quali tendenze avete intercettato fuori dall’Italia?

«All’estero ci sono mercati particolarmente inclini a recepire il nostro stile. Stiamo guardando con molta attenzione a Germania, Francia e anche alla Spagna, che rappresenta uno dei nostri prossimi obiettivi. È un mercato con diverse similitudini rispetto all’Italia e sta mostrando segnali molto positivi. Paradossalmente, fuori dai confini nazionali per noi è spesso più semplice comunicare, perché possiamo contare su una bandiera molto forte, quella del Made in Italy, che nel retail è ancora una grande porta d’ingresso. A questo si aggiunge la nostra identità visiva, che oggi è riconoscibile e coerente. In Italia il contesto è più articolato e competitivo».

Artigianalità e produzione seriale convivono nel vostro modello. Quanto incide oggi l’innovazione tecnologica e, in particolare, l’intelligenza artificiale?

«L’intelligenza artificiale è ormai uno strumento quotidiano, soprattutto per i team che lavorano nel marketing, nell’e-commerce e nelle attività digitali. Direi che oggi incide principalmente sul back-end. Dal punto di vista produttivo, invece, c’è ancora una componente fortemente artigianale. È vero che nella fase progettuale si possono utilizzare strumenti di AI, ma poi serve un ufficio tecnico che realizzi il disegno, un artigiano che costruisca il prototipo, una verifica concreta del prodotto. Si usano macchine, tecnologie avanzate, ma anche tecnologie semplici e, soprattutto, le mani. È una combinazione di elementi diversi, tenuti insieme da un sapere che deriva da anni di esperienza».

Guardando al futuro: nel 2026 avete annunciato un rafforzamento dell’omnicanalità e l’ingresso strutturato nel mondo B2B. Cosa dobbiamo aspettarci?

«L’ingresso nel mondo B2B è per noi un passaggio logico e naturale. I nostri prodotti funzionano molto bene negli ambienti domestici, ma si adattano perfettamente anche al mondo contract, alla micro-ospitalità e agli spazi professionali, che sono settori in forte crescita. È un’estensione coerente del nostro DNA. L’obiettivo è continuare a crescere senza snaturare l’identità del brand, rendendolo forse anche più “pop”, nel senso migliore del termine: riconoscibile, accessibile e capace di parlare a pubblici diversi».