FPA e la Pubblica Amministrazione che cambia metodo: dal PNRR all’intelligenza artificiale, una trasformazione che diventa sistema
Tra governance anticipatoria, cultura del risultato, nuove forme di comunicazione pubblica e sperimentazione responsabile dell’IA, la società del gruppo Digital 360 racconta una PA che consolida il cambiamento e lo trasforma in prassi quotidiana: ne parliamo con Gianni Dominici, amministratore delegato del gruppo
Gianni Dominici
In una fase storica segnata da incertezza e preoccupazione diffusa, la Pubblica Amministrazione è chiamata a giocare un ruolo che va oltre la gestione dell’esistente. In questo scenario, FPA, società del gruppo Digital360 che da oltre trent’anni favorisce il dialogo e la collaborazione tra Pubbliche Amministrazioni, imprese, mondo della ricerca e società civile, si conferma osservatorio privilegiato e motore culturale dell’innovazione pubblica, capace di leggere i cambiamenti e orientare le scelte strategiche della PA italiana. Dal PNRR all’intelligenza artificiale, dalla trasformazione digitale alla governance anticipatoria, FPA accompagna istituzioni e territori lungo un percorso di modernizzazione strutturale. Un cammino che oggi entra in una fase decisiva, in cui consolidare i risultati ottenuti e trasformarli in prassi quotidiana. Ne parliamo con Gianni Dominìci, amministratore delegato di FPA (ospite di DailyOnAir - The Sound Of Adv), per capire come si costruisce, oggi, la Pubblica Amministrazione del futuro.
Siamo in una fase storica segnata da incertezza e preoccupazione diffusa. In questo scenario, che ruolo è chiamata a giocare oggi la pubblica amministrazione e come si inserisce FPA in questo percorso?
«Noi diciamo sempre che portiamo avanti una logica di discriminazione positiva. Siamo convinti che il ruolo delle pubbliche amministrazioni negli ultimi anni sia cambiato tantissimo, soprattutto dalla pandemia in poi. Cittadini, famiglie e imprese hanno capito che la pubblica amministrazione è il soggetto che ha garantito servizi essenziali anche nei momenti di maggiore difficoltà. C’è quindi una rinnovata attenzione e una diversa valutazione del ruolo della PA nel Paese. Questo non significa nascondere che esistano ancora vecchie abitudini e grandi debolezze, ma il nostro obiettivo è far vedere la PA a colori, senza nascondere i grigi che restano. Le eccellenze esistono e il nostro lavoro è metterle in rete, mettere insieme i diversi attori che interpretano al meglio questo ruolo».
FPA è anche un osservatorio privilegiato sull’innovazione pubblica. In che modo strumenti come l’Annual Report, ICity Rank o Panel PA riescono a orientare le scelte strategiche e non solo a fotografare la realtà?
«Facendo emergere buone pratiche e soluzioni concrete. A quel punto non si tratta più solo di comunicazione, ma di trasformazione. La domanda che riceviamo più spesso non è più “cosa fare”, perché sul cosa ormai c’è un ampio consenso, ma “come farlo”. Mettere in rete le soluzioni significa condividere quei “come” in termini operativi, permettere che ciò che è stato fatto, per esempio, a Chieti possa essere riprodotto a Modena o a Cremona. Fare rete tra i soggetti e tra le soluzioni serve a rafforzare l’eccellenza e a farla diventare metodo».
Negli ultimi anni è cambiato anche il modo di raccontare l’innovazione pubblica. Come sono evolute le strategie di comunicazione?
«C’è stata una forte accelerazione negli ultimi quattro o cinque anni. La comunicazione pubblica ha fatto propri linguaggi e ritmi del mondo multimediale. I nostri convegni oggi non durano più di un’ora e mezza: fino a pochi anni fa erano eventi di mezza giornata. I tempi e i linguaggi si sono adeguati a una velocità che richiama quella televisiva o radiofonica. È una comunicazione più sintetica e soprattutto multicanale, perché le informazioni oggi arrivano da una pluralità di canali: radio, televisione, giornali, social, gruppi tematici. Non esiste più un canale unico e privilegiato».
Il PNRR è stato uno snodo fondamentale per la pubblica amministrazione. Quali cambiamenti strutturali ritiene più significativi e quali vanno ancora consolidati?
«Sicuramente si poteva fare di più, meglio e diversamente, ma molto è stato fatto. Abbiamo chiesto ai nostri panel di dipendenti pubblici quale fosse l’eredità principale del PNRR e la risposta più frequente, il 54%, è stata il metodo di lavoro basato su obiettivi e scadenze chiare. Può sembrare banale, ma è un passaggio fondamentale. Per anni abbiamo avuto una PA fatta di persone demotivate, spesso percepite come resistenti al cambiamento, anche perché non si sentivano parte di un progetto. Il PNRR ha coinvolto i dipendenti pubblici in un vero progetto Paese, introducendo un metodo di lavoro condiviso, basato su obiettivi, scadenze e collaborazione tra amministrazioni. È un cambiamento culturale e organizzativo ancora più importante di quello tecnologico».
Quindi la vera sfida ora è non tornare indietro?
«Esattamente. Questo patrimonio non deve andare disperso. Bisogna farlo diventare stabile come metodo di lavoro nella PA, dando ai dipendenti non un semplice adempimento, ma una missione. Questo implica anche una revisione dei meccanismi di riconoscimento del merito e un nuovo modo di guardare al lavoro pubblico, non più basato solo sulle procedure, ma sui risultati».
Arriviamo al tema dell’intelligenza artificiale. Come viene percepita oggi all’interno delle pubbliche amministrazioni?
«Dalle nostre rilevazioni emerge che il 50,6% degli intervistati parla di apertura alla sperimentazione. È un dato significativo, che conferma come la PA stia affrontando con maggiore consapevolezza anche le sfide più complesse. L’intelligenza artificiale, però, deve rispettare principi imprescindibili. Il contesto europeo, a partire dall’AI Act, stabilisce paletti chiari: la pubblica amministrazione deve garantire trasparenza e accountability. Gli algoritmi devono essere in grado di spiegare le decisioni, non possono diventare scatole nere dietro cui nascondersi».
Cosa serve allora per un’integrazione responsabile dell’IA?
«Serve formazione, e ancora formazione. Dobbiamo mettere i dipendenti pubblici nelle condizioni di usare questi strumenti non solo per automatizzare funzioni, ma per progettare, gestire e analizzare sistemi complessi. L’obiettivo non è sostituire il lavoro pubblico, ma arricchirlo. Parliamo di un lavoro pubblico aumentato, grazie alle tecnologie. Un principio che vale anche per il settore privato».
Guardando ai prossimi anni, che ruolo vuole giocare FPA?
«Vogliamo continuare a essere un luogo e un momento di incontro e confronto. Dal 9 all’11 giugno, alla Nuova Fiera di Roma, si terrà la 36esima edizione di Forum PA. Tre giorni per fermarsi, dopo mesi di lavoro scanditi da scadenze, e confrontarsi davvero sulle soluzioni e sui “come”. È un ruolo che Forum PA ha avuto nel tempo e che oggi assume un significato ancora più forte».