DKTS, innovazione digitale centrata sulle persone: dalla ricerca pionieristica all’AI applicata ai processi
Quarant’anni di sperimentazione tra formazione, piattaforme collaborative e adozione responsabile dell’intelligenza artificiale per accompagnare imprese e istituzioni nella trasformazione. Ne parliamo con la founder e presidente del gruppo Gianna Martinengo
Gianna Martinengo
In uno scenario in cui la trasformazione digitale non è più un’opzione ma una condizione strutturale di competitività, le organizzazioni si trovano di fronte a una sfida doppia: integrare tecnologie sempre più evolute, dall’automazione all’intelligenza artificiale, senza perdere di vista cultura, competenze e responsabilità. Innovare non significa soltanto adottare nuovi strumenti, ma ripensare processi decisionali, modelli organizzativi e modalità di apprendimento continuo. È in questo contesto che si inserisce il percorso di DKTS - Digital Knowledge Technology Services, realtà con oltre quarant’anni di esperienza e più di mille progetti realizzati. Dalle origini negli anni 80 con i primi sistemi di Computer Assisted Learning fino alle attuali piattaforme digitali per la collaborazione, l’automazione e la formazione avanzata, l’azienda ha costruito un modello che affianca il top management nelle scelte strategiche, unendo ricerca, sperimentazione e sviluppo operativo. Il recente lancio del corso e-learning “Sicurezza e salute sul lavoro - 81/08” sulla piattaforma Amica Safety rappresenta un esempio concreto di questo approccio: normativa, inclusione linguistica e Intelligenza Artificiale si intrecciano in un ecosistema pensato per rafforzare la cultura della prevenzione e supportare le imprese nel rispetto delle nuove disposizioni legislative. Per comprendere meglio visione, metodo e prospettive future di DKTS, parliamo con la founder e presidente Gianna Martinengo (ospite di DailyOnAir - The Sound Of Adv).
Come nasce l’idea imprenditoriale originale e quale visione vi guidava anche quarant’anni fa?
«Nasce da una mia esperienza fatta, pur essendo umanista, all’Institute for Mathematical Studies in the Social Sciences di Stanford nel 1982, dove mi sono confrontata per la prima volta con l’informatica, un’informatica che già era intelligenza artificiale predittiva. Con loro ho partecipato allo sviluppo del primo progetto mondiale di e-learning, ma soprattutto ho capito che cosa si poteva fare per migliorare l’apprendimento. Loro erano già specializzati da dieci anni nell’apprendimento dei bambini con difficoltà. Quando sono tornata in Italia, utilizzando lo stesso algoritmo che per me avevano disegnato proprio all’Institute for Mathematical Studies in the Social Sciences di Stanford, ho sviluppato il primo prodotto italiano di software didattico dedicato ai bambini con difficoltà di apprendimento della lingua italiana. Il prodotto è stato prima sperimentato alla Don Gnocchi e poi messo sul mercato. Oggi il software M20 è nel museo dell’informatica didattica dell’Università La Sapienza. Che cosa ho imparato da quell’esperienza? Ho imparato fondamentalmente che non si può affrontare l’innovazione senza la ricerca. Il nostro investimento in ricerca è sempre stato notevole, forse in alcuni momenti anche superiore alle nostre possibilità. Ho avuto però la fortuna, nel 1985, di fare un altro incontro importante con uno dei precursori dell’intelligenza artificiale europea, per fortuna italiano: Stefano Alessandro Cerri, professore, che oggi è anche nostro socio. Con lui abbiamo partecipato, alla fine degli anni Novanta, ai progetti europei Esprit, Esprit Delta per la precisione. Abbiamo presentato dodici progetti e ne abbiamo vinti undici. Abbiamo quindi co-fondato un laboratorio di ricerca che ha sviluppato undici prototipi. Purtroppo la mancanza di politica industriale nel nostro Paese ha fatto sì che questi prototipi servissero più ai nostri partner stranieri che non a noi in Italia. Questo è stato anche un mio dispiacere, soprattutto nel vedere molti dei ricercatori che lavoravano nel nostro laboratorio prendere la via dell’estero e avere oggi, per fortuna, posizioni di grande rilevanza nel settore delle AI. Da allora noi abbiamo attraversato praticamente tutte le fasi dell’intelligenza artificiale: da quella predittiva imparata a Stanford, quindi machine learning, a quella simbolica che era l’area di intervento di Stefano, fino a quella generativa che ormai ha messo tutti in condizione di capire che cosa sia l’intelligenza artificiale, anche attraverso strumenti come ChatGPT, Claude e altri. La cosa importante per noi è sempre stata partire, come dice il nostro motto, inspired by user, quindi ispirati dagli utilizzatori e dai consumatori ma guidati dalla scienza. Bisogna partire dalle esigenze e dalla strategia, non dagli strumenti. Non si può fare innovazione senza fare ricerca e purtroppo l’innovazione, lo sappiamo, è costosa: non è una tantum e ha bisogno di continua attenzione. È alla base di ogni innovazione. Che cosa facciamo quindi? Affianchiamo le aziende, cerchiamo di aiutarle a capire delle ipotesi di innovazione che siano realistiche e sostenibili. Poi, quando il modello è chiaro, passiamo al prototipo e chiediamo a loro di sperimentarlo nella loro realtà. A quel punto lo si può scalare quando l’implementazione e la sperimentazione hanno avuto effetti positivi. Molti progetti nelle imprese falliscono proprio perché si introduce la tecnologia senza aver chiarito il contesto o senza aver cambiato o influito sull’organizzazione. Noi abbiamo cambiato l’azienda che aveva sviluppato moltissimi prodotti di learning con la prima società che avevamo fondato, Didattica con Elaboratore, nel momento in cui in Italia si parlava di computer-assisted instruction, orientandoci verso un modello basato sulla conoscenza. Abbiamo compreso l’importanza della tecnologia per costruire e implementare, anzi per estrarre, formalizzare e condividere conoscenza che molto spesso nelle imprese non è soltanto nei documenti accessibili, ma nella testa delle persone».
La vostra vocazione iniziale era anche un po’ di servizio pubblico, mentre poi vi siete orientati molto verso le aziende. Oggi qual è il vostro posizionamento e quale sviluppo possibile vede anche nel rapporto con le istituzioni?
«Le istituzioni sono state il nostro primo mercato, nel senso quello della pubblica istruzione. Io ho partecipato a molti incontri per l’introduzione dell’informatica nelle scuole, con poco successo dal punto di vista della mia posizione, che era quella di prima formare gli insegnanti, poi investire nel software e infine nell’hardware. Sostenevo che prima bisogna investire nel brainware, quindi nelle persone, ma si è sempre fatto il contrario. L’istituzione pubblica sceglie spesso un percorso opposto a quello che si dovrebbe fare, perché per le persone è molto complesso accettare l’innovazione e metabolizzare una quantità così grande di cambiamento alla velocità con cui oggi ci arriva addosso, mentre è più facile comprare hardware, sedie, tavoli e così via. Attualmente noi continuiamo a occuparci del mondo della scuola per quanto possibile, sia attraverso attività di formazione sia attraverso attività di coprogettazione. Tuttavia il mercato principale è quello delle imprese, in particolare imprese che sono più mature rispetto all’integrazione delle AI, parliamo di finanza, assicurazioni e manifattura avanzata. Questo è il nostro posizionamento: cerchiamo di fare attività di affiancamento perché penso che oggi non si possa acquisire conoscenza soltanto attraverso la formazione, ma si debba imparare facendo. La modalità è quindi quella di affiancare costantemente le imprese, ma laddove la leadership e chi gestisce l’azienda abbia l’atteggiamento corretto, cioè non soltanto quello di comprare strumenti ma di capire che è necessario anche trasformare l’organizzazione quando non è adeguata a questo tipo di innovazione. Abbiamo però anche sviluppato un prodotto di interesse generale sulla sicurezza e salute sul lavoro, la legge 81/08, che riguarda tutti i lavoratori e i luoghi di lavoro. In questo caso abbiamo costruito una piattaforma che si chiama Amica Safety, che garantisce anche la certificazione dell’avvenuta formazione da parte degli operatori e degli utenti. La cosa che voglio mettere in evidenza è che abbiamo progettato integrando da una parte la creatività umana, utilizzando la tecnica del concept sketching, cioè la rappresentazione grafica di un concetto, quindi l’illustrazione tradizionale, e dall’altra l’utilizzo delle AI. Questo ci ha permesso di risparmiare molto tempo e denaro nello sviluppo e allo stesso tempo di realizzare facilmente la personalizzazione dell’esperienza formativa del singolo utente, di attivare meccanismi di aggiornamento gratuiti legati alle variazioni della normativa e di essere pronti con investimenti molto ridotti anche alle versioni localizzate del corso, con modalità bilingue, per favorire la partecipazione e la comprensione da parte di lavoratori non madrelingua italiana che troviamo nelle aziende italiane».
In quali ambiti state lavorando oggi e dove pensate di sviluppare ulteriormente le vostre attività nei prossimi mesi e anni?
«L’attività di affiancamento per le imprese è molto interessante perché lavoriamo con loro per capire prima di tutto le esigenze e poi cercare di trovare soluzioni che siano efficaci ma anche pronte a un’evoluzione futura. Dal punto di vista del nostro posizionamento abbiamo avuto un certo successo perché abbiamo già sviluppato alcuni prototipi nel mondo della finanza. Non vi posso dire quale banca, ma con grande successo il prototipo è stato sperimentato ed è poi diventato di uso in tutta l’azienda. Questa modalità, che non punta sull’acquisto massivo di uno strumento ma sulla comprensione profonda dell’esigenza e sul capire dove l’intelligenza artificiale può davvero aiutare, per il momento è risultata un modello vincente. Nel futuro cercheremo di seguire tre direttrici e di consigliarle anche ai nostri clienti. La prima è rafforzare i modelli di governance delle AI, soprattutto in coerenza con l’AI Act, perché bisogna accompagnare le organizzazioni con soluzioni di innovazione che siano sostenibili ma anche corrette dal punto di vista della sicurezza. Tra l’altro sul tema dell’AI Act sono stata fautrice ante litteram anche perché durante la mia permanenza all’INAD, l’International Advisory Board, organismo che consiglio di seguire e che si chiama STOA, legato al Parlamento europeo e dedicato allo studio del futuro della scienza e della tecnologia, già nel 2021 ci era stata proposta la prima versione dell’AI Act. La mia posizione, tra l’altro poi approvata, è stata quella di usare un modello simile a quello dell’EMA, cioè prima sperimentare e poi mettere in circolazione. Il concetto di sandbox, cioè sperimentare in luoghi dove non si possono fare danni, avrebbe potuto evitare anche la presenza di applicazioni assolutamente negative, come quelle che permettono di manipolare immagini di donne fino a denudarle digitalmente. Lo dico anche perché uno dei miei grandi interessi riguarda il rapporto tra donne e tecnologia».
Come vede i prossimi dieci anni in tema di trasformazione digitale? Dove pensa che l’intelligenza artificiale andrà a incidere maggiormente?
«Siamo in attesa di una nuova intelligenza artificiale, quella chiamata AGI, Artificial General Intelligence, che avrà il grande vantaggio, dal mio punto di vista, di trasformare quella che oggi è una vera e propria black box. Anche nel mondo della finanza possiamo arrivare a risultati molto sofisticati grazie alla capacità di calcolo ormai enorme, ma non sappiamo quali siano stati i processi intermedi che portano a quei risultati. A livello europeo si distingue infatti tra intelligenza artificiale black box, quella attuale e non spiegabile, e intelligenza artificiale explainable, che speriamo l’AGI possa rendere possibile. A quel punto potremo avere modalità straordinarie di fare dell’intelligenza artificiale un compagno di viaggio davvero rilevante anche dal punto di vista sociale, perché sarà non solo explainable ma anche sostenibile. Oggi tutti utilizziamo l’intelligenza artificiale ma spesso non ci rendiamo conto che siamo di fronte a una black box e non sappiamo come arrivi a determinati risultati. Ho la speranza che il futuro possa contare su questa tecnologia su cui stanno lavorando molti ricercatori, in particolare canadesi e americani. Esiste però anche il problema delle Big Tech, che stanno diventando veri e propri attori socio-politici, e questo mi rende meno ottimista. Io però parlo di speranza perché altrimenti non sarei un’imprenditrice: per me il futuro e tutto ciò che riguarda innovazione e ricerca sono pane quotidiano. Ho sempre visto la persona al centro, perché non dimentico di essere un’umanista. La mia collaborazione a Stanford è nata proprio così: partecipavo al primo progetto mondiale di e-learning e non avevo mai visto un computer, ma mi sono trovata a confrontarmi con un’informatica che era già intelligenza artificiale».