Dalla creator economy al social commerce: la crescita di JIFFY tra nuovi talent, clienti internazionali e inediti progetti editoriali
Fatturato a 3,2 milioni nel 2025, roster rinnovato e ampliato, la conferma di progetti “esteri” e il successo del podcast H3ROES. Il founder e CEO Alessandro Gerbino analizza i primi tre anni di attività, la scena odierna e i possibili sviluppi
Alessandro Gerbino
La creator e content economy continua a crescere e a ridefinire il rapporto tra brand, community e contenuti. In questo scenario le agenzie rafforzano il ruolo strategico, affiancando le aziende nello sviluppo di progetti editoriali, social e di influencer marketing sempre più strutturati. Tra le realtà italiane che stanno consolidando la propria posizione c’è JIFFY | The Storytrending Agency, che chiude il 2025 con un fatturato di 3,2 milioni di euro e una crescita del 10%. Un risultato accompagnato dal rafforzamento della struttura, dall’ingresso di nuovi creator e dall’espansione delle collaborazioni con brand italiani e internazionali. Ne parliamo con il founder e CEO Alessandro Gerbino (ospite di DailyOnAir - The Sound Of Adv).
È un momento favorevole per JIFFY e per Alessandro Gerbino?
«Direi di sì, ma soprattutto lavoriamo ogni giorno per renderlo favorevole. Negli ultimi tre anni la crescita è stata molto importante e continuiamo a concentrarci sul fare il miglior lavoro possibile per noi, per i nostri clienti e per i brand con cui lavoriamo».
Quali sono stati i fattori chiave che stanno determinando questo successo costante?
«Fin dalla nascita di JIFFY ho cercato sempre di leggere il mondo della creator economy. In questi tre anni, ma in realtà anche prima, perché lavoro in questo settore da diverso tempo, ho sempre puntato sull’osservazione costante del mercato. Testiamo nuovi strumenti, parliamo molto con i creator e con i clienti per capire cosa funziona davvero. Se devo individuare i fattori determinanti direi che sono soprattutto due: la curiosità e la capacità di non fermarsi mai. Essere sempre attenti a ciò che succede, ai nuovi creator, ai nuovi brand, ai nuovi linguaggi. Guardiamo molto anche a quello che fanno i competitor: se qualcuno fa qualcosa meglio di noi è giusto prenderne ispirazione. Questo è un po’ l’approccio che guida la nostra attività».
Parliamo un po’ più dell’offerta: JIFFY integra talent, content, influencer e creatività. Come funziona questo modello?
«All’inizio poteva sembrare complesso, anche perché eravamo più piccoli. Noi siamo nati con la gestione dei creator, quindi con il management dei talent. Questo però ci ha aiutato a conoscere molto bene anche le esigenze dei brand e da lì è nata un’altra unit, quella dedicata al content. Oggi le due unit hanno un’offerta diversa ma lavorano in maniera molto sinergica. Da una parte gestiamo le collaborazioni tra brand e creator, dall’altra aiutiamo le aziende a capire come comunicare in modo efficace sui social. Spesso riusciamo anche a fare una vendita cross unit, cioè a integrare le due competenze. Nel tempo entrambe le divisioni hanno raggiunto una forte verticalità e una grande expertise nel nostro settore e questo ci aiuta anche a crescere più velocemente».
Qualche anno fa si parlava soprattutto di influencer, oggi si parla di creator. Qual è la differenza?
«Qualche anno fa la figura dominante era quella dell’influencer puro, cioè una persona capace di influenzare il pubblico con la propria comunicazione. Oggi però questo non basta più perché le piattaforme social stanno andando sempre di più verso l’intrattenimento. I brand cercano qualcuno che sappia raccontare un prodotto in modo creativo ed efficace. Da qui nasce la figura del creator, che è in sostanza un intrattenitore capace di costruire contenuti e raggiungere pubblici molto ampi. All’interno di questo mondo ci sono poi diverse tipologie: creator con community molto grandi ma anche creator con community più piccole, come quelli legati allo user generated content. C’è poi una figura su cui noi lavoriamo molto, che è l’employee generated content, cioè il dipendente che diventa creator. È un modello che utilizziamo da anni e su cui oggi molte aziende stanno iniziando a investire».
Quindi la creator economy è il mercato che racchiude tutte queste figure?
«Esattamente. La creator economy è l’ecosistema all’interno del quale si muovono creator, influencer e tutte le figure che lavorano con i brand sui contenuti digitali. Un brand può utilizzare più livelli contemporaneamente. Per esempio può attivare creator con community molto grandi per amplificare il messaggio e creator con community più piccole per lavorare su nicchie specifiche. Molto dipende dagli obiettivi della campagna: se l’obiettivo è la performance e la vendita si scelgono determinati profili, se invece si punta alla notorietà o allo storytelling si lavora in modo diverso. Rispetto a qualche anno fa oggi c’è molta più consapevolezza e anche brand più piccoli riescono a fare attività molto interessanti».
Tra pochi giorni ci sarà un convegno dedicato all’influencer marketing. Che cosa vi aspettate da questo mercato?
«Il mercato sta diventando sempre più maturo e uno dei temi centrali è quello della trasparenza. Normare un settore come quello della creator economy è molto importante perché significa riconoscere che il lavoro del creator è un lavoro vero, profondo e rilevante. Questo aiuta i brand ma anche il consumatore finale, che oggi è molto più attento. In un mondo in cui tutti utilizzano i social, avere regole chiare permette anche alle agenzie di lavorare meglio e di offrire servizi più strutturati. Noi lavoriamo con consulenti legali proprio per essere sempre aggiornati sulle indicazioni dell’Agcom e per garantire ai nostri clienti e ai nostri creator il massimo della qualità».
Quali piattaforme e quali formati stanno crescendo di più?
«YouTube sta tornando molto forte, soprattutto perché cresce la domanda di contenuti long form. Sempre più creator nati su TikTok o Instagram stanno iniziando a raccontarsi in modo più approfondito proprio su YouTube. Un altro fenomeno molto forte è quello dei podcast: ho letto recentemente un report secondo cui in Italia l’ascolto dei podcast ha ormai raggiunto livelli comparabili a quelli della radio. Questo apre molte opportunità anche per il mondo radiofonico perché permette di sviluppare nuovi formati e nuovi prodotti editoriali».
Sui social sembra crescere molto il linguaggio dell’ironia e della comicità. È davvero uno dei trend principali?
«Il comedy è sicuramente uno dei linguaggi più forti perché riesce a raggiungere velocemente un pubblico molto ampio. È naturale che dopo una giornata di lavoro le persone cerchino contenuti leggeri e divertenti. Accanto alla comicità però stanno emergendo anche altri filoni molto interessanti, soprattutto quello dell’edutainment, cioè contenuti che uniscono intrattenimento e informazione. Ci sono creator che parlano di finanza, di salute mentale, di viaggi, di beauty e costruiscono community molto forti. Sempre più persone utilizzano i social anche per informarsi».
Quindi i social stanno diventando una sorta di motore di ricerca?
«Sì, sempre più utenti utilizzano piattaforme come TikTok come se fossero un motore di ricerca. Se devo organizzare un viaggio o conoscere un prodotto, spesso vado su TikTok a cercare esperienze e recensioni. Le piattaforme sono molto brave a capire i gusti delle persone e a suggerire contenuti coerenti con ciò che guardano. Personalmente utilizzo anche più profili, alcuni per lavoro e altri per uso personale, proprio per avere punti di vista diversi».
Parliamo di podcast: quanto possono diventare una leva di valore anche per i brand?
«Noi produciamo un podcast che si chiama ‘Hero3s’ e lo conduco insieme a uno dei miei soci. All’inizio l’ho fatto soprattutto per un motivo personale, cioè conoscere persone che fanno impresa e che si mettono in gioco. Col tempo abbiamo capito che questo formato genera molto valore perché le persone cercano storie e contenuti più profondi. Le abitudini di consumo stanno cambiando molto: in parecchi ormai non guardano più la televisione tradizionale ma utilizzano piattaforme come Netflix o YouTube. Negli Stati Uniti, per esempio, YouTube ha già superato la televisione tradizionale in termini di raccolta pubblicitaria».
Quali sono le vostre priorità strategiche per il futuro?
«Una delle sfide principali è continuare a far capire ai brand che esistono nuovi modi di vendere e comunicare i prodotti oltre alle piattaforme tradizionali. Penso per esempio al social commerce e a strumenti come TikTok Shop, che stanno crescendo molto velocemente. Un’altra priorità riguarda i talenti, e quando parlo di talenti non intendo solo i creator ma anche le persone che lavorano con noi. Collaboratori e professionisti che abbiano voglia di costruire qualcosa insieme. Nel mercato vedo molte persone che desiderano migliorare la propria posizione professionale e crescere e io devo dire che sono stato molto fortunato perché chi lavora con noi ha davvero una marcia in più».
Quali trend vedi per il futuro della creator economy?
«Le piattaforme continueranno a evolversi, soprattutto Meta e TikTok, ma credo che YouTube crescerà molto nei prossimi anni e che il mondo dei podcast diventerà sempre più centrale. Un altro tema che non possiamo ignorare è quello dell’intelligenza artificiale: noi testiamo ogni giorno nuovi strumenti per capire quale possa essere il reale vantaggio nel lavoro quotidiano. Sono tutte sfide importanti ma anche grandi opportunità».
Insomma, in un settore così non c’è il rischio di annoiarsi.
«Questo è sicuro. Lo dico sempre anche alle persone che lavorano con noi: qui non ci si annoia mai. Certo, a volte un po’ di tranquillità non guasterebbe, ma in generale sono molto soddisfatto. In tre anni abbiamo raggiunto risultati davvero importanti e quando guardo i numeri a volte faccio ancora fatica a crederci. Mi considero molto fortunato e molto contento del percorso fatto finora».